Dell'opera di Trotzky abbiamo riportato da una trascrizione, oltre alle prefazioni, soltanto i primi quattro capitoli della Prima Parte, cioè la parte che meno dipende dagli avvenimenti del 1905 russo. I lettori più interessati all'opera si rivolgeranno certamente alla trascrizione completa. Per noi era soltanto necessario accompagnare le nostre note sulla Russia zarista, sulla natura sociale della Russia, col minimo indispensabile del lavoro di Trotzky.

1905

Prefazione all'edizione sovietica

Gli avvenimenti del 1905 sono il prologo possente del dramma rivoluzionario del 1917. Durante lunghi anni di reazione trionfante, l'anno 1905 s'era imposto alla nostra coscienza come un tutto finito, come la rivoluzione russa. Adesso ha perduto questo suo valore autonomo senza vedere per nulla sminuito il suo significato storico. La rivoluzione del 1905 è derivata direttamente dalla guerra russo-giapponese, così come quella del 1917 è stata conseguenza immediata della grande guerra imperialista. In tal modo, sia per la sua origine che per il suo sviluppo, il prologo racchiude in sé tutti gli elementi del dramma storico di cui noi siamo ora spettatori ed attori. Tuttavia nel prologo tutti questi elementi si erano manifestati in forma embrionale, non ancora definita. Tutte le forze scese nell'arena della lotta nel 1905 s'illuminano adesso della luce più viva gettata sul passato dai fatti del 1917. L'Ottobre Rosso, come noi lo abbiamo chiamato sin d'allora, nel corso di dodici anni si è trasformato in un altro Ottobre, incomparabilmente più potente ed autenticamente vittorioso.
Nel 1905 il nostro grande vantaggio consistette nel fatto che noi marxisti, già in fase di prologo rivoluzionario, eravamo forniti di un metodo scientifico di conoscenza del processo storico. Questo ci diede la possibilità di orientarci in quelle relazioni che il materiale processo storico offriva soltanto sotto forma di indizi. Già il caotico sciopero del luglio 1903, nella Russia meridionale, ci aveva fornito gli elementi per stabilire che il metodo fondamentale della rivoluzione russa sarebbe stato lo sciopero generale del proletariato e la sua successiva trasformazione in rivolta armata. Gli avvenimenti del 9 gennaio, chiara conferma di questa prognosi, richiesero un'impostazione concreta del problema relativo al potere rivoluzionario. Da questo momento, agli uomini della social-democrazia d'allora si pone con forza il problema della natura della rivoluzione russa e della sua dinamica interiore di classe. Proprio nell'intervallo di tempo che va dal 9 gennaio allo sciopero d'ottobre del 1905 si sono fatte luce nella mente del-

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Prefazione all'edizione sovietica

l'autore quelle idee che hanno poi preso il nome di teoria della « rivoluzione permanente ». Questa astrusa definizione esprimeva il pensiero che la rivoluzione russa, davanti alla quale stavano immediati fini borghesi, non avrebbe potuto arrestarsi a questi ultimi. La rivoluzione non avrebbe potuto risolvere i suoi problemi più immediati, cioè borghesi, se non ponendo il proletariato al potere. Ma quest'ultimo, conquistato il potere, non avrebbe potuto rimanere entro i confini di una rivoluzione borghese. Al contrario, proprio per assicurarsi la vittoria, l'avanguardia proletaria avrebbe dovuto, sin dai primi momenti del suo dominio, irrompere profondamente non solo nella proprietà feudale, ma anche in quella borghese. Per questa ragione essa sarebbe entrata violentemente in conflitto non solo con i gruppi borghesi che la avrebbero sostenuta nei primi tempi della sua lotta rivoluzionaria, ma anche con le masse contadine, con la collaborazione delle quali sarebbe giunta al potere. Le contraddizioni derivanti dalla edificazione di un governo operaio in un paese arretrato, la cui popolazione era costituita in grandissima maggioranza da contadini, avrebbero potuto trovare una risoluzione soltanto su un piano internazionale, sull'arena della rivoluzione mondiale. Infranti, per necessità storica, i limiti di una rivoluzione borghese democratica, il proletariato vittorioso sarebbe stato costretto ad infrangere anche i limiti nazionali e statali, ossia avrebbe dovuto fare in modo che la rivoluzione russa diventasse il prologo della rivoluzione mondiale.
Sia pure con un intervallo di dodici anni questa valutazione ha trovato piena conferma. La rivoluzione russa non ha potuto compiersi con un regime democratico-borghese. Ha dovuto consegnare il potere nelle mani della classe operaia. E quest'ultima, dimostratasi nel 1905 troppo debole per la conquista del potere, ha dovuto rafforzarsi e maturare non già in una repubblica borghese, ma nella lotta clandestina allo zarismo del 3 giugno 1.

1 Il 3 (16) giugno 1907 la seconda Duma fu improvvisamente disciolta dopo appena due mesi e mezzo di vita. Una nuova legge elettorale garantì contemporaneamente l'assoluto predominio delle classi abbienti nella successiva assemblea nazionale: nelle elezioni di primo grado era previsto un delegato ogni 230 proprietari fondiari nobili, ogni 1.000 borghesi ricchi, ogni 15.000 borghesi medi, ogni 60.000 contadini, ogni 125.000 operai. Il regime di « autocrazia parlamentare » sorto da quel colpo di stato durò sino alla rivoluzione di Febbraio del 1917 [V. Z.].

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Prefazione all'edizione sovietica


Il proletariato è arrivato al potere nel 1917 grazie all'esperienza fatta nel 1905 dalla sua generazione precedente. Il giovane operaio deve essere in possesso di questa esperienza, deve conoscere la storia del 1905.

Ho deciso di aggiungere alla prima parte del libro due articoli, dei quali uno (sull'opuscolo di Cerevanin) fu pubblicato nel 1908 sulla rivista di Kautsky « Die Neue Zeit », l'altro, scritto per esporre la teoria della rivoluzione permanente, ed in polemica con le opinioni che, su questo argomento, dominavano allora nelle file della social-democrazia russa, venne pubblicato (sembra, nel 1909) da una rivista del partito polacco, i cui ispiratori erano Rosa Luxemburg e Leo Jogiches. Questi articoli, mi pare, non facilitano soltanto l'orientamento nel conflitto d'idee sorto tra i social-democratici russi nel periodo immediatamente successivo alla prima rivoluzione, ma illuminano anche, di luce riflessa, alcune importantissime questioni del momento attuale. La conquista del potere non è stata una improvvisazione dell'ottobre 1917, come potrebbe credere il piccolo borghese, e la nazionalizzazione delle fabbriche e delle officine da parte della classe operaia vittoriosa non è stata neppure essa un « errore » del governo operaio, che non avrebbe voluto ascoltare la voce ammonitrice dei menscevichi. Questi problemi sono stati dibattuti e risolti, in linea di principio, nel corso di una quindicina d'anni.
La lotta sulla questione relativa al carattere della rivoluzione russa già in quel periodo aveva valicato i confini della socialdemocrazia russa ed aveva conquistato gli elementi d'avanguardia del socialismo mondiale. L'esposizione più scrupolosa, cioè più piatta e sincera, della concezione menscevica della rivoluzione borghese, ci è stata offerta dall'opuscolo di Cerevanin. Gli opportunisti tedeschi se ne impossessarono immediatamente. Su proposta di Kautsky ne feci una recensione su « Die Neue Zeit ». Allora Kautsky, come Mehring, condivideva la teoria della « rivoluzione permanente ». Adesso invece, con il senno di poi, si schiera tra i menscevichi. Egli vorrebbe umiliare tutto il passato sino a condurlo al livello del suo presente. Tuttavia questa falsificazione che scaturisce dalle esigenze di una coscienza teorica impura, è ostacolata da documenti stampati. Quanto Kautsky scrisse nel periodo migliore della sua attività scientifica (la risposta al socialista po-

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Prefazione all'edizione sovietica


lacco Lusnia, gli studi sull'operaio americano e russo, la risposta all'inchiesta di Plechanov sul carattere della rivoluzione russa, ecc. ecc.) era ed è rimasto una spietata condanna del menscevismo ed una piena giustificazione teorica della successiva tattica rivoluzionaria dei bolscevichi, che gli ottusi ed i rinnegati, con in testa il Kautsky di oggi, accusano di avventurismo, di demagogia e di bakuninismo.
Ho aggiunto anche un articolo, La lotta per il potere, pubblicato nel 1915 dal quotidiano parigino « Nasce Slovo » [La nostra parola]; in esso tentavo di spiegare che i rapporti politici, delineatisi con precisione nella prima rivoluzione, avrebbero dovuto trovare il loro compimento nella seconda.

Quanto alla democrazia formale, il libro, come anche il movimento di cui era sintesi, manca della necessaria chiarezza; e non v'è nulla di straordinario: su questo' problema il nostro partito non riuscì a farsi un'opinione precisa neanche dieci anni più tardi, nel 1917. Ma questa mancanza di chiarezza, o di intesa, non aveva nessun valore di principio. Già nel 1905 noi eravamo infinitamente lontani dal misticismo della democrazia; noi non consideravamo lo sviluppo della rivoluzione come una realizzazione delle norme assolute della democrazia, ma come una lotta di classi, che per le loro necessità temporanee si servivano delle parole d'ordine e delle istituzioni della democrazia. A quell'epoca proponevamo con la massima decisione la parola d'ordine della conquista del potere da parte della classe operaia e deducevamo la inevitabilità di tale conquista non dalle probabilità che poteva darci una statistica elettorale « democratica », ma dai rapporti di classe. Gli operai di Pietroburgo già nel 1905 chiamavano il loro Soviet governo proletario. Questa definizione divenne allora abituale, inserendosi perfettamente nel programma di lotta per la conquista del potere da parte della classe operaia. Nello stesso tempo, contrapponevamo allo zarismo l'intero programma della democrazia politica (il suffragio universale, la repubblica, la milizia ecc.). Non potevamo fare diversamente. La democrazia politica è una tappa necessaria nello sviluppo delle masse proletarie, con questa sostanziale riserva: in certi casi, per percorrerla ci vogliono decine di anni, in altri, invece, la situazione rivoluzionaria permette alle masse di liberarsi dai pregiudizi della demo-

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Prefazione all'edizione sovietica


crazia politica ancora prima che le sue istituzioni abbiano potuto realizzarsi. Il regime di governo dei socialisti-rivoluzionari e dei menscevichi russi (marzo-ottobre 1917), compromise interamente la democrazia, ancora prima che essa fosse riuscita a prendere le forme compiute della repubblica borghese. Ma anche nel periodo immediatamente precedente la rivoluzione proletaria, noi, pur avendo scritto sulla nostra bandiera: « Tutto il potere ai Soviet », ci muovevamo ancora sotto la spinta delle parole d'ordine della democrazia, senza dare non solo a noi stessi, ma anche alle masse, una risposta definitiva alla seguente domanda: cosa sarebbe accaduto se la ruota dentata della democrazia formale non si fosse adattata a quella del sistema sovietico? All'epoca in cui scrivevano il nostro libro, ed anche molto più tardi, durante il dominio di Kerenskij, il nocciolo della questione consisteva per noi nella effettiva conquista del potere da parte della classe operaia - e la parte giuridica, formale di questo processo restava in terzo piano; noi semplicemente non ci curavamo di risolvere le contraddizioni formali, quando bisognava ancora combattere per superare gli ostacoli materiali.
Lo scioglimento dell'Assemblea Costituente fu l'attuazione bruscamente rivoluzionaria di un fine che avrebbe potuto essere raggiunto anche con un rinvio e con un'adeguata preparazione delle elezioni. Ma, proprio questo atteggiamento sprezzante nei confronti della tecnica legale di lotta pose in primo piano il problema del potere rivoluzionario; inoltre lo scioglimento dell'Assemblea Costituente ad opera delle forze armate del proletariato richiese, a sua volta, la completa revisione della questione riguardante i rapporti reciproci tra democrazia e dittatura. L'Internazionale Proletaria, a conti fatti, da tutto questo trasse soltanto un beneficio, sia sul piano teorico che su quello pratico.

Ecco in due parole la storia di questo libro. Fu scritto nel 1908-1909 a Vienna per una edizione tedesca che uscì a Dresda; alla base di questa edizione c'erano alcuni capitoli del libro russo La nostra rivoluzione (1907), ma notevolmente modificati ed adattati al lettore tedesco. Gran parte dell'edizione tedesca venne scritta ex novo. Ora siamo stati costretti a ricostruire il testo in parte valendoci dei manoscritti russi conservati, in parte traducendo dal tedesco. Per questo lavoro mi sono giovato della col-

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Prefazione all'edizione sovietica


laborazione del compagno Rumer che ha compiuto la sua opera con grande cura. Tutto il testo è stato da me riveduto. Spero che al lettore siano così risparmiati i numerosi sbagli, gli errori di stampa e di penna, i refusi di cui brulicano le nostre edizioni. L. Trockij Mosca, 12 gennaio 1922


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Prefazione all'edizione tedesca

Il tempo per una esauriente valutazione storica della rivoluzione russa non è ancora giunto: la situazione non si è ancora sufficientemente chiarita; la rivoluzione continua, comporta sempre nuove conseguenze: il suo significato è immenso. Il libro che proponiamo all'attenzione del lettore non intende essere un'opera storica, vuole soltanto essere il racconto di un testimonio oculare e di un partecipante sulla viva traccia degli avvenimenti, osservati dal punto di vista del partito dell'autore che, per convinzione politica, è social-democratico 1, e, per formazione scientifica, marxista. L'autore innanzi tutto si è sforzato di spiegare la lotta rivoluzionaria del proletariato russo, che ha trovato nell'attività del Soviet dei Deputati Operai il suo punto culminante e, contemporaneamente, il suo tragico compimento. Se egli sarà riuscito in questo intento, riterrà d'aver realizzato il suo compito fondamentale.

Nell'« introduzione » viene analizzato il fondamento economico della rivoluzione russa. Lo zarismo, il capitalismo russo, la struttura agraria della Russia, le sue forme ed i suoi rapporti di produzione, le sue classi sociali, la nobiltà fondiaria, la classe contadina, il grande capitale, la piccola borghesia, l'intelligencija, il proletariato - nei loro rapporti reciproci e nel loro atteggiamento verso lo Stato -, ecco il contenuto dell'« introduzione », la quale si prefigge di presentare al lettore, nella loro statica, quelle forze sociali che in seguito gli compariranno dinnanzi nella loro dinamica rivoluzionaria.

Il nostro libro non pretende nemmeno di dare un quadro completo di tutti gli avvenimenti.

1 A quel tempo ci chiamavamo ancora social-democratici [L. T.]. Solo dal marzo del 1918, e cioè dal VII congresso, il « Partito Operaio Social-Democratico Russo » (dei bolscevichi) mutò la denominazione in « Partito Comunista Russo » (dei bolscevichi): da allora il termine « social-democratico » restò per indicare i « menscevichi », mentre per i « bolscevichi » si usò soltanto la denominazione « comunista » [V. Z.].

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Prefazione all'edizione tedesca

Abbiamo deliberatamente rinunciato al proposito di dare un'immagine particolareggiata della rivoluzione in tutto il territorio del paese: nei ristretti limiti del nostro lavoro, probabilmente, avremmo potuto offrire soltanto un elenco dei fatti, utile forse per la informazione, ma che non avrebbe detto assolutamente nulla sulla logica interna degli avvenimenti né della loro forma viva. Abbiamo quindi scelto un'altra strada: dopo aver individuato gli eventi e le istituzioni che in qualche modo riassumono il senso della rivoluzione, abbiamo collocato al centro della nostra opera il centro del movimento stesso - Pietroburgo. Abbandoniamo il suolo della capitale del Nord solo quando la stessa rivoluzione sposta la sua principale arena di lotta sulle rive del Mar Nero (La flotta rossa), nelle campagne (Il mujik si ribella), a Mosca (Dicembre).

Visto che ci siamo posti dei limiti di spazio, ci siamo dovuti limitare anche nel tempo.
Abbiamo riservato il posto di maggiore rilievo ai tre ultimi mesi del 1905, ottobre, novembre, dicembre, a questo periodo culminante, che si apre con il grande sciopero generale d'ottobre e si chiude con la repressione della rivolta di dicembre a Mosca.
Per quanto riguarda il precedente periodo preparatorio, abbiamo voluto ricordare due momenti indispensabili per comprendere lo sviluppo generale degli avvenimenti. In primo luogo la breve « era » del principe Svjatopolk-Mirskij, questa luna di miele della riconciliazione tra il governo e la « società », quando tutto respirava cordiale fiducia, quando i comunicati governativi e gli articoli liberali venivano scritti con una ripugnante miscela di anilina e melassa. In secondo luogo il 9 gennaio, la « Domenica di Sangue », irripetibile nella sua tragicità, allorquando l'atmosfera satura di fiducia venne lacerata dalle sibilanti pallottole dei soldati della guardia, e scossa dalla maledizione delle masse proletarie. La commedia della primavera liberale volgeva al tramonto, cominciava la tragedia della rivoluzione.
Abbiamo quasi completamente ignorato gli otto mesi che vanno da gennaio ad ottobre. Per quanto possa essere di per sé interessante, questo periodo non offre nulla di fondamentalmente nuovo, senza cui la storia dei tre mesi decisivi del 1905 possa risultare incomprensibile. Lo sciopero d'ottobre deriva diretta-

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Prefazione all'edizione tedesca

mente dal corteo di gennaio al Palazzo d'Inverno, quasi come la rivolta di dicembre dallo sciopero d'ottobre.
Nell'ultimo capitolo della parte storica facciamo il bilancio dell'anno rivoluzionario, analizziamo i metodi rivoluzionari di lotta e riassumiamo brevemente l'evoluzione politica dei tre anni successivi. La conclusione definitiva che si può trarre da questo capitolo può essere espressa da queste parole: « La révolution est morte, vive la révolution! ».

Il capitolo dedicato allo sciopero d'ottobre porta la data del novembre 1905. L'articolo fu scritto nell'ultima ora del grande sciopero che spinse in un vicolo cieco la cricca dei governanti, ed obbligò Nicola II a firmare con mano tremante il Manifesto del 17 ottobre. A suo tempo l'articolo venne pubblicato su due numeri del quotidiano social-democratico « Nacalo » [Il principio]; esso è riportato nel testo quasi senza modifiche, non solo perché, per gli scopi che ci siamo prefissi, traccia con sufficiente ampiezza il quadro generale dello sciopero, ma anche perché con il suo contenuto interiore e con il suo tono caratterizza, in un certo senso, il giornalismo di quell'epoca.

La seconda parte del libro è del tutto indipendente dal resto dell'opera: racconta la storia del processo contro il Soviet dei Deputati Operai, la deportazione in Siberia dell'autore e la sua fuga. Tuttavia tra le due parti del libro esiste un legame interno. Non solo perché verso la fine del 1905 il Soviet dei Deputati Operai di Pietroburgo era al centro degli eventi rivoluzionari, ma soprattutto perché con l'arresto dei suoi membri si apre l'epoca della controrivoluzione. Le organizzazioni rivoluzionarie del paese, vittime di quest'ultima, crollano una dopo l'altra. Sistematicamente, un passo dopo l'altro, con rabbiosa ostinatezza, assetati di vendetta e di sangue, i vincitori eliminano tutte le tracce del grande movimento. E quanto meno essi fiutano un pericolo diretto, tanto più cruenta diviene la loro meschina vendetta. Il Soviet dei Deputati Operai di Pietroburgo venne processato nel 1906: la condanna più severa fu la privazione dei diritti civili e la deportazione a vita in Siberia. Il Soviet dei Deputati Operai di Ekaterinoslav fu chiamato in giudizio nel 1909; il risultato fu diverso: alcune decine di imputati furono condannati ai la-

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Prefazione all'edizione tedesca

vori forzati, vennero pronunciate 32 sentenze di morte, otto delle quali furono eseguite.
Dopo una lotta titanica ed una temporanea vittoria della rivoluzione, giunge l'era della liquidazione, ed ecco gli arresti, le deportazioni, i tentativi d'evasione, la dispersione dei quadri rivoluzionari per tutte le contrade del mondo ... È questo il legame che unisce le due parti dell'opera.
Concludiamo l'introduzione esprimendo la nostra fervida gratitudine alla famosa artista pietroburghese, signora Zarudnaja-Kavos, che ha voluto mettere a nostra disposizione i suoi schizzi a matita ed i suoi disegni a penna, da lei eseguiti nel corso del processo contro il Soviet dei Deputati Operai 1. Vienna, ottobre 1909

1 Riteniamo superfluo riprodurre i ritratti dell'edizione sovietica [V. Z.].


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Parte Prima


Lo sviluppo sociale della Russia e lo zarismo


La rivoluzione 1 ha ucciso la nostra « originalità 2. Essa ha dimostrato che la storia non aveva creato per noi delle leggi speciali. Ma, al tempo stesso, la rivoluzione russa ha un carattere tutto particolare, che è la somma delle peculiarità del nostro sviluppo storico-sociale; e, a sua volta, apre delle prospettive storiche assolutamente nuove.
Non è affatto necessario stabilire se da un confronto tra la Russia e l'Europa emergano differenze « qualitative » o « quantitative »: è una questione puramente metafisica. Tuttavia, non possono sussistere dubbi sul fatto che i tratti distintivi sostanziali dello sviluppo sociale della Russia sono la sua lentezza e la sua arcaicità. Lo Stato russo, in fondo, è soltanto un poco più giovane degli stati europei: le cronache datano dall'anno 862 l'inizio della vita statale russa. Tuttavia l'estrema lentezza dei tempi di sviluppo economico, determinata dalle infelici condizioni dello ambiente naturale e dalla scarsa densità della popolazione, ha frenato il processo di cristallizzazione sociale ed ha impresso su tutta la nostra storia l'impronta di una estrema arretratezza.
È difficile dire come si sarebbe svolta la vita dello Stato russo, qualora fosse trascorsa nell'isolamento, sotto l'unica spinta delle tendenze interne. È sufficiente constatare che ciò non accadde. La vita sociale russa si è venuta a trovare — con il passare degli anni sempre di più — sotto l'incessante pressione delle più evolute condizioni sociali e politiche dell'Europa occidentale. Poiché

1 Ci riferiamo alla rivoluzione del 1905, ai cambiamenti che essa ha apportato nella vita sociale e politica della Russia: formazione dei partiti, rappresentanza della Duma di Stato, lotta politica aperta, ecc. [L. T.].
2 Il concetto di « originalità » (samobytnost') dello sviluppo storico russo ha un posto centrale nel dibattito fra populisti e marxisti prima, fra socialisti-rivoluzionari e social-democratici poi. Fondandosi su tale concetto i populisti sostennero che sarebbe stato possibile per la Russia passare direttamente ad un ordinamento socialistico saltando la fase capitalistico-borghese. I marxisti invece insistettero sulla validità universale dello schema di sviluppo storico indicato da Marx e sulla sua piena applicabilità anche alla Russia. La discussione, che rappresentò il trasferimento sul piano politico della precedente polemica fra slavofili e occidentalisti, fu bruscamente troncata dalla rivoluzione d'ottobre del 1917 [V. Z.].

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lo sviluppo del commercio internazionale era relativamente debole, i rapporti militari tra le diverse potenze nazionali avevano una funzione decisiva. L'influenza sociale dell'Europa si manifestò in primo luogo per il tramite della tecnica militare.
Lo Stato russo, sorto su basi economiche primitive, si scontrò nel suo cammino con organizzazioni statali che si erano costituite su fondamenti economici ben più saldi. A questo punto la Russia aveva due possibilità: o soccombere nella lotta contro di esse, così come era crollata l'Orda d'Oro nella lotta contro il principato moscovita, o superare lo sviluppo delle proprie condizioni economiche, assorbendo sotto la pressione di forze esterne una parte sproporzionatamente grande dei succhi vitali della nazione. Lo Stato non andò in frantumi, ma prese a crescere, provocando una portentosa tensione delle forze economiche del popolo.
Sino ad un certo punto, quanto abbiamo detto vale, s'intende, anche per gli altri stati europei. Con la differenza che questi stati, nella loro reciproca lotta per l'esistenza, poggiavano tutti su una base economica più o meno identica, e quindi lo sviluppo della loro organizzazione statale non provò pressioni esterne così potenti ed economicamente insostenibili.
La lotta coi tatari di Crimea e del Nogaj [regione del Caucaso settentrionale] richiese una grande tensione di forze, ma certamente non superiore a quella richiesta dalla lotta secolare tra Francia ed Inghilterra. Non furono i tatari che obbligarono l'antica Russia ad importare le armi da fuoco ed a costituire il corpo permanente degli strelizzi; non furono i tatari che la costrinsero più tardi ad organizzare la cavalleria mercenaria e la fanteria terrestre. Allora vi fu la pressione della Lituania, della Polonia e della Svezia. Per far fronte a questi nemici meglio armati, lo Stato russo fu costretto a crearsi un'industria, a sviluppare la tecnica, a chiamare specialisti militari, falsari di Stato, artiglieri, a procurarsi manuali di scienza delle fortificazioni, ad aprire istituti nautici e fabbriche, ad assumere al suo servizio consiglieri segreti. Se gli istruttori militari ed i consiglieri segreti fu possibile farli venire dall'estero, i mezzi materiali, invece, fu assolutamente necessario estrarli dal paese stesso.
La storia dell'economia russa è una catena ininterrotta di sforzi, eroici nel loro genere, volti ad assicurare all'organizzazione mili-

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tare i mezzi necessari. Tutto l'apparato governativo venne strutturato, e, di volta in volta, ristrutturato nell'interesse dell'erario pubblico. Il suo compito consisteva nell'appropriarsi di ogni minima parte del lavoro accumulato dal popolo, ed utilizzarla per i propri scopi.
Nella ricerca dei fondi il governo non indietreggiava di fronte a nulla: gravava i contadini di imposte arbitrarie e sempre eccessivamente onerose, alle quali la popolazione non poteva assolutamente adeguarsi. Con preghiere e minacce, con esortazioni e violenze sottraeva denaro ai mercanti ed ai monasteri. I contadini fuggivano in tutte le direzioni, i mercanti emigravano. I censimenti del secolo XVII testimoniano tutti di una riduzione progressiva della popolazione. Allora circa l'85% del bilancio dello Stato, che ammontava ad un milione e mezzo di rubli, veniva speso per l'esercito. All'inizio del XVIII secolo Pietro, sotto la pressione dei gravi colpi subiti, fu costretto a riorganizzare la fanteria su nuove basi ed a costruire la flotta. Nella seconda metà dello stesso secolo il bilancio raggiunse i 16-20 milioni di rubli, dei quali il 60-70% destinati all'esercito ed alla flotta. Questo capitolo di spesa non scese mai al di sotto del 50 % nemmeno durante il regno di Nicola I. Verso la metà del secolo XIX la guerra di Crimea fece scontrare l'autocrazia zarista con gli stati economicamente più potenti d'Europa, la Francia e l'Inghilterra: di conseguenza fu necessario riorganizzare l'esercito sulla base della coscrizione militare obbligatoria. Le esigenze fiscali e militari dello Stato hanno avuto un ruolo determinante anche nella semiemancipazione dei contadini del 1861.
Ma le risorse interne non bastavano. Già sotto Caterina II il governo ebbe la possibilità di contrarre prestiti esteri. Da allora la Borsa europea divenne sempre di più la fonte di finanziamento dello zarismo. L'accumulazione di enormi capitali sui mercati finanziari dell'Europa occidentale comincia ad esercitare, da questo momento, un'influenza fatale sul corso dell'evoluzione politica in Russia. L'intenso sviluppo dell'organizzazione statale si esprime ora non solo nell'aumento smisurato delle imposte indirette, ma anche nella febbrile crescita del debito pubblico. Quest'ultimo nel decennio 1898-1908 salì del 19%, ed alla fine di questo periodo raggiunse i 9 miliardi di rubli. Quanto l'apparato statale dell'autocrazia dipenda dai Rothschild e dai Mendelssohn, lo di-

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mostra il fatto che il solo pagamento degli interessi assorbe attualmente circa un terzo del reddito netto delle finanze dello Stato. Nel bilancio preventivo del 1908 gli stanziamenti per l'esercito e la flotta, compresi gli interessi per l'estinzione del debito pubblico e le spese connesse con la fine della guerra, ammontano a 1.018.000.000 di rubli, cioè al 40,5% del bilancio complessivo dello Stato.
In seguito a questa pressione dell'Europa occidentale l'autocrazia russa ha assorbito una parte sproporzionatamente grande del prodotto addizionale, cioè è vissuta a spese delle classi privilegiate già formate, frenando in tal modo il loro già lento sviluppo. Ma non basta. Lo Stato si è impadronito anche del prodotto indispensabile dell'agricoltore, gli ha sottratto le fonti di sussistenza, lo ha costretto ad abbandonare i luoghi dov'era riuscito appena a sistemarsi e con questo ha ostacolato l'incremento demografico ed ha frenato lo sviluppo delle forze produttive. In questo modo lo Stato, assorbendo una parte sproporzionatamente grande del prodotto addizionale, ha rallentato il già lento processo di differenziazione dei ceti; impadronendosi poi di una parte notevole del prodotto necessario ha distrutto persino le primitive basi di produzione sulle quali esso si fondava.
Ma, per sopravvivere e dominare, lo stesso Stato aveva bisogno di una organizzazione gerarchica della società, basata sulla distinzione dei ceti. Ecco perché, mentre scalza i presupposti economici della sua crescita, esso cerca, nel contempo, di accelerarne lo sviluppo con misure di ordine amministrativo e, come ogni altro Stato, si sforza di ricondurre nell'ambito dei suoi interessi questo processo di formazione dei ceti. Nel gioco delle forze sociali la risultante prese a deviare dalla parte del potere statale molto più di quanto non sia accaduto nella storia dell'Europa occidentale. Lo scambio di servizi — a danno del popolo lavoratore — tra lo Stato ed i gruppi sociali superiori, che si esprime nella distribuzione dei diritti e dei doveri, degli oneri e dei privilegi, da noi si è attuato in maniera meno vantaggiosa per la nobiltà e per il clero di quello che sia avvenuto negli stati medievali dell'Europa occidentale. Tuttavia affermare, come fa il Miljukov nella sua storia della cultura russa, che, mentre in occidente i ceti creavano lo Stato, da noi il potere statale creava, nei suoi interessi, i ceti, sarebbe un'esage-

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razione assurda, la negazione di ogni prospettiva.
I ceti non possono essere creati con disposizioni di carattere amministrativo o legislativo. Prima che questo o quel gruppo sociale possa trasformarsi, con l'aiuto del potere statale, in un ceto privilegiato, occorre che esso offra una base economica ai suoi privilegi sociali. I ceti non possono essere fabbricati in base ad una tabella gerarchica compilata in anticipo, oppure secondo lo statuto della Légion d'honneur.
È certo soltanto che, nei suoi rapporti con i ceti privilegiati russi, lo zarismo ha goduto di una indipendenza incomparabilmente maggiore rispetto all'assolutismo europeo, nato dalle monarchie feudali del Medio Evo.
L'assolutismo raggiunse l'apice della sua potenza quando la borghesia, sollevatasi sulle spalle del terzo stato, si rafforzò sino a fare da sufficiente contrappeso alle forze della società feudale. Una situazione di lotta tra le classi abbienti e privilegiate, che si equilibravano l'un l'altra, garantì infatti all'organizzazione statale la massima indipendenza. Luigi XIV diceva: l'État c'est moi (lo Stato sono io). La monarchia assoluta di Prussia per Hegel era fine a se stessa e rappresentava la realizzazione dell'idea di Stato in generale.
Nel suo sforzo di organizzare un apparato statale centralizzato, lo zarismo dovette non tanto scontrarsi con le pretese delle classi privilegiate, quanto lottare contro la primitività, la povertà, la disunione di un paese, le cui singole parti vivevano una vita economica del tutto autonoma. Pertanto non l'equilibrio delle classi dominanti dal punto di vista economico, come in occidente, ma la loro debolezza sociale e la loro inconsistenza politica fecero della autocrazia burocratica un'organizzazione autosufficiente. Lo zarismo è dunque una forma intermedia tra l'assolutismo europeo e il dispotismo asiatico, forse più vicino a quest'ultimo.
Mentre le condizioni sociali semiasiatiche trasformarono lo zarismo in una organizzazione autocratica, la tecnica ed il capitale europei fornirono a questa organizzazione tutti i mezzi di una grande potenza europea. Il che diede allo zarismo la possibilità d'intromettersi nelle relazioni politiche tra gli stati europei, nel gioco dei quali il suo pugno pesante cominciò subito ad avere una parte decisiva. Nel 1815 Alessandro I si presenta a Parigi, rimette sul trono i Borboni e si fa promotore della idea della

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Santa Alleanza. Nel 1848 Nicola I emette un magnifico prestito per la repressione della rivoluzione europea e manda i soldati russi a combattere contro gli insorti ungheresi. La borghesia europea sperava che l'esercito zarista, al momento opportuno, avrebbe servito la sua causa contro il proletariato socialista, così come aveva servito in passato la causa del dispotismo europeo contro la borghesia stessa.
Ma lo sviluppo storico prese una strada diversa. L'assolutismo infatti andò inesorabilmente ad infrangersi contro il capitalismo che egli stesso aveva coltivato con tanto zelo.
Nel periodo precapitalistico l'influenza dell'economia europea su quella russa fu necessariamente limitata. L'economia nazionale russa, naturale per il suo carattere e quindi autosufficiente, fu al riparo dall'influenza di più elevate forme di produzione. La struttura dei nostri ceti, come abbiamo già detto, non riuscì a svilupparsi sino in fondo. Ma quando nella stessa Europa presero a dominare i rapporti di tipo capitalistico, quando il capitale finanziario divenne il portatore di una nuova economia, quando l'assolutismo, lottando per la propria sopravvivenza, si fece complice del capitalismo europeo, allora la situazione mutò completamente.
Quei socialisti « critici » che hanno cessato di comprendere l'importanza del potere statale ai fini di una rivoluzione socialista, avrebbero potuto per lo meno constatare, persino sull'esempio della disorganica e barbara attività dell'autocrazia russa, quale enorme ruolo può avere il potere statale nel campo puramente economico, quando in complesso opera nella direzione dello sviluppo storico.
Facendosi strumento storico del processo di capitalizzazione dei rapporti economici della Russia, lo zarismo innanzi tutto rafforzò se stesso.
Mentre la società borghese in sviluppo sentiva la necessità di istituzioni politiche di tipo occidentale, l'autocrazia, con l'aiuto della tecnica e del capitale europei, si trasformava in un grandissimo imprenditore capitalista, in un banchiere e nel proprietario monopolistico delle ferrovie e delle rivendite di vino. Essa s'appoggiava ad un apparato burocratico centralizzato, per niente adatto a regolare i nuovi rapporti, ma pienamente capace di sviluppare una grande energia nell'ambito delle repressioni sistema-

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tiche. Le enormi dimensioni dello Stato furono vinte con il telegrafo che diede alle azioni della macchina amministrativa rapidità, sicurezza e relativa uniformità; le ferrovie, da parte loro, consentirono di trasferire in breve tempo le forze armate da una estremità all'altra del paese. I governi prerivoluzionari d'Europa non conoscevano quasi affatto né le ferrovie né il telegrafo. L'esercito a disposizione dell'assolutismo è colossale; anche se al duro collaudo della guerra russo-giapponese si è rivelato inconsistente, è tuttavia sufficientemente buono per assicurare il dominio interno. Non solo il governo della vecchia Francia, ma neppure i governi europei alla vigilia del 1848 conobbero nulla di simile all'esercito russo di oggi.
La potenza finanziaria e militare dell'assolutismo sbalordiva ed abbagliava non soltanto la borghesia europea, ma anche il liberalismo russo, togliendogli ogni fiducia nella possibilità di potersi misurare con esso in un aperto confronto di forze. La potenza finanziaria e militare dell'assolutismo sembrava escludere ogni possibilità di una rivoluzione russa.
All'atto pratico si verificò esattamente l'opposto.
Quanto più lo Stato è centralizzato ed indipendente dalle classi dominanti, tanto più presto si trasforma in una organizzazione autosufficiente che si pone al di sopra della società. Quanto più rilevante è la forza finanziaria e militare di tale organizzazione, tanto più lunga ed efficace può essere la sua lotta per l'esistenza. Uno Stato centralizzato con un bilancio di due miliardi, con un debito di otto miliardi, e con un esercito di due milioni di uomini sotto le armi, può sopravvivere a lungo, anche quando ha cessato di soddisfare le più elementari esigenze dello sviluppo sociale, ivi compresa quella della sicurezza militare, per garantire la quale esso s'era inizialmente costituito.
In tal modo la potenza finanziaria, amministrativa e militare dell'assolutismo, che gli consentiva di esistere in contrasto con lo sviluppo sociale, non solo non escludeva la possibilità di una rivoluzione, come riteneva il liberalismo, ma al contrario faceva della rivoluzione l'unica via d'uscita; inoltre a questa rivoluzione veniva assicurato in anticipo un carattere tanto più radicale, quanto più la potenza dell'assolutismo approfondiva l'abisso tra quest'ultimo e le masse popolari, inserite nel nuovo sviluppo economico.

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Il marxismo russo può veramente essere fiero di essere stato il solo a chiarire le tendenze dello sviluppo sociale ed a prevederne le forme generali1, mentre il liberalismo si nutriva delle suggestioni del più utopistico « realismo » ed il populismo rivoluzionario viveva di fantasmagorie e di fede nei miracoli.


1 Persino un burocrate reazionario come il prof. Mendeleev non ha potuto fare a meno di riconoscere questo fatto. Parlando dello sviluppo dell'industria osserva: « I socialisti si accorsero di qualcosa, capirono, sia pure in parte, la situazione, ma poi si smarrirono lasciandosi influenzare dallo spirito latino (!), predicando la violenza, stimolando gli istinti animaleschi della plebe e perseguendo rivoluzioni e potere » [L. T.].

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Il capitalismo russo


Il basso livello di sviluppo delle forze produttive a causa della voracità dello Stato non ha reso possibile né l'accumulazione di eccedenze, né un ampio sviluppo della divisione sociale del lavoro, né la crescita delle città. I mestieri non si sono separati dall'agricoltura, non si sono concentrati nelle città, sono rimasti dispersi per tutto il paese, unitamente alla popolazione contadina, nella forma dell'artigianato rurale. Appunto per il carattere dispersivo dei mestieri i nostri artigiani sono stati costretti a lavorare non per un committente, come avveniva nelle città europee medioevali, ma per la vendita. Intermediario fra gli sparsi produttori e gli sparsi consumatori era il mercante, o ospite. In tal modo, la rarità e la povertà della popolazione, e la conseguente scarsa importanza delle città, determinarono, nell'organizzazione economica dell'antica Moscovia, l'enorme funzione del capitale commerciale. Ma anche il capitale commerciale è rimasto disseminato per tutto il territorio del paese e non ha creato grandi centri commerciali.
La necessità di creare una solida industria non fu avvertita né dall'artigiano del villaggio né dal grande mercante, ma dallo Stato. Gli svedesi costrinsero Pietro a costruire la flotta ed a riorganizzare l'esercito su basi nuove. Ma diventando più complessa la sua organizzazione militare, lo Stato di Pietro veniva inevitabilmente a cadere sotto lo diretta dipendenza dell'industria delle città anseatiche, dell'Olanda e dell'Inghilterra. La creazione di un'industria manifatturiera nazionale che rifornisse l'esercito e la flotta, divenne allora un compito essenziale della difesa dello Stato. Prima di Pietro non s'era mai parlato di produzione industriale. Dopo di lui si contano già 233 imprese statali e private di notevoli dimensioni: miniere, arsenali, fabbriche di panni, di tele, di vele, ecc. La base economica di queste nuove formazioni industriali fu costituita da una parte dai mezzi finanziari dello Stato, dall'altra dal capitale commerciale. Non di rado, infine, un nuovo ramo dell'industria veniva importato insieme al capitale europeo, che si garantiva i relativi privilegi per un certo numero di anni.

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1905 - Il capitalismo russo


Il capitale commerciale ebbe anche in Europa occidentale una parte importante nella creazione della grande industria. Però laggiù l'industria manifatturiera nacque sulla base di un artigianato in crisi e trasformò l'antico artigiano indipendente in un suo operaio salariato. Da noi, nella Moscovia, l'industria manifatturiera, importata dall'occidente, non trovò i liberi artigiani e fu costretta a servirsi del lavoro dei contadini-servi.
In tal modo la nostra fabbrica del XVIII secolo non conobbe sin dal primo momento alcuna concorrenza da parte dell'artigianato cittadino. Ma neanche l'artigiano rurale fu suo rivale: questi infatti lavorava per il consumatore di massa, mentre la fabbrica, regolamentata da cima a fondo, serviva principalmente lo Stato e, in parte, le classi superiori.
Nella prima metà del XIX secolo l'industria tessile spezza il cerchio del lavoro servile e della regolamentazione statale. La fabbrica, basata sul lavoro di salariati liberi, era naturalmente in pieno contrasto con i rapporti sociali della Russia di Nicola I. Per questo la nobiltà feudale era decisamente favorevole al libero commercio. Le simpatie di Nicola I erano interamente dalla sua parte. Ciò nonostante, le esigenze dello Stato, e con esso gli interessi del fisco, indussero lo zar ad una politica di protezionismo doganale e di sussidi finanziari ai fabbricanti. Dopo l'abolizione del divieto di esportazione di macchinario dall'Inghilterra, l'industria tessile russa si costituì interamente su modelli inglesi finiti. Negli anni 1840-1850 il tedesco Knopp trasportò dall'Inghilterra in Russia 122 stabilimenti per la filatura sino all'ultimo bullone. Nella regione delle manifatture tessili nacque persino il detto: « Dove c'è una chiesa, c'è un pop, dove c'è una fabbrica c'è un Knopp ». L'industria tessile, malgrado la costante insufficienza di mano d'opera libera e qualificata, già prima dell'abolizione della servitù della gleba collocò la Russia al quinto posto per numeri di fusi, appunto perché lavorava per il mercato. Ma gli altri rami dell'industria, soprattutto quella siderurgica, non s'erano sviluppate quasi affatto dopo Pietro. La causa prima di tale ristagno fu il lavoro servile, che rendeva del tutto inaccessibile l'applicazione delle nuove tecniche. Se la tela indiana veniva prodotta per soddisfare i bisogni dei contadini-servi, il ferro presuppone un'industria sviluppata, città, strade ferrate, navi. E tutto ciò era impossibile sulla base del sistema servile. Questo

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1905 - Il capitalismo russo


sistema rallentava anche lo sviluppo dell'agricoltura che, con l'andare del tempo, aveva cominciato sempre di più a lavorare per i mercati esteri. L'abolizione della servitù della gleba divenne dunque una improrogabile esigenza dello sviluppo economico. Ma chi poteva attuarla? La nobiltà non voleva neanche sentirne parlare. La classe capitalistica era ancora troppo trascurabile per ottenere con la propria pressione una riforma così radicale. Le frequenti sommosse contadine che, in ogni caso, per le dimensioni assunte non potevano essere paragonate neanche lontanamente alla guerra contadina in Germania ed alle jacqueries francesi, rimanevano delle esplosioni isolate e, non trovando una guida nelle città, erano di per se stesse troppo deboli per demolire il potere dei proprietari. L'ultima parola spettava dunque allo Stato. Lo zarismo dovette subire la pesante disfatta militare della campagna di Crimea, perché, nei propri interessi, si decidesse a spianare la strada all'evoluzione capitalistica con la riforma semiliberatrice del 1861.
Da questo momento si apre un nuovo periodo di sviluppo economico del paese, caratterizzato dal febbrile sviluppo della rete ferroviaria, dalla rapida formazione di una riserva di lavoro « libero », dalla costruzione di porti, dal costante afflusso di capitale europeo, dall'europeizzazione della tecnica industriale, dal ribasso e dalla facilitazione dei crediti, dall'aumento delle società per azioni, dall'introduzione della valuta aurea, da un furioso protezionismo e della vertiginosa ascesa del debito pubblico. Il regno di Alessandro III (1881-1894), quando l'ideologia dell'originalità nazionale dominava l'intera coscienza sociale, dal rifugio clandestino del rivoluzionario (populismo) alla segreteria personale di Sua Maestà (« nazionalismo » di Stato), coincise anche con una fase di spietato rivolgimento nell'ambito dei rapporti di produzione: il capitale europeo, organizzando la grande produzione e proletarizzando il mujik, automaticamente scalzò le basi profonde della peculiarità asiatico-moscovita.
Leva possente dell'industrializzazione del paese furono le ferrovie, la cui costruzione fu promossa naturalmente dallo Stato. La prima linea ferroviaria russa, la Mosca-Pietroburgo, fu inaugurata nel 1851. Dopo la disfatta di Crimea, nella costruzione della rete ferroviaria, il governo cede il posto all'iniziativa privata. Lo Stato però, come un instancabile angelo custode, si pone

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1905 - Il capitalismo russo


alle spalle degli imprenditori, concorre alla formazione del capitale azionario ed obbligazionario, si fa garante dei profitti e dissemina il cammino degli azionisti di privilegi e di allettamenti. Durante il primo decennio successivo alla riforma contadina nel nostro paese furono costruite 7.000 verste di strade ferrate, nel secondo decennio 12.000, nel terzo 6.000 e nel quarto più di 20.000 nella Russia europea, circa 30.000 in tutto l'Impero.
Negli anni '80, ed ancora di più negli anni '90, quando Vitte si fece banditore di una concezione di capitalismo autocratico-poliziesco, riprende nuovamente la concentrazione delle ferrovie nelle mani dello Stato. Come nello sviluppo del credito Vitte vide uno strumento nelle mani del ministro delle finanze per « indirizzare l'industria nazionale in questa o quella direzione », così le ferrovie dello Stato apparvero al suo cervello cancelleresco « un possente strumento di direzione dello sviluppo economico del paese ». Esperto di Borsa ed ignorante in politica, Vitte non capì che raccoglieva le forze e affilava le armi della rivoluzione. Intorno al 1894 lo sviluppo della rete ferroviaria raggiunse le 31.800 verste, incluse le 17.000 verste appartenenti allo Stato. Nel 1905, l'anno della rivoluzione, il personale delle ferrovie, che ebbe una funzione di enorme importanza politica, contava nelle sue file 667.000 uomini.
La politica doganale del governo russo, nella quale mal si accoppiavano la cupidigia ed il cieco protezionismo, sbarrava quasi completamente la strada alle merci europee. Privato della possibilità di gettare i suoi prodotti sul nostro mercato, il capitale occidentale varcò allora la frontiera d'oriente con la sua più invulnerabile ed allettante sostanza: il danaro. Il rianimarsi del mercato finanziario russo fu sempre condizionato dalla conclusione di nuovi prestiti all'estero. Nello stesso tempo gli imprenditori europei acquistavano il diretto controllo dei più importanti settori dell'industria russa. Il capitale finanziario europeo, dopo aver assorbito la fetta più larga del bilancio nazionale russo, tornava con una parte nel nostro territorio in forma di capitale industriale. Ciò gli consentiva non soltanto di esaurire, per mezzo del fisco zarista, le forze produttive del mujik russo, ma anche di sfruttare direttamente l'energia lavorativa del proletario russo. Solo nell'ultimo decennio del secolo scorso, specie dopo l'introduzione della valuta aurea (1897), in Russia affluì non meno di

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un miliardo e mezzo di rubli di capitale industriale. Mentre in 40 anni, sino al 1892, il capitale fisso delle società per azioni era aumentato complessivamente di 919 milioni, nel solo decennio successivo esso salì di colpo a 2,1 miliardi di rubli.
L'importanza che per l'industria russa ha avuto il flusso aureo proveniente dall'Europa risulta dal fatto che, mentre nel 1890 l'ammontare di tutta la nostra produzione industriale era pari ad un valore di 1 miliardo e mezzo di rubli, verso il 1900 questo valore raggiunse i 2,50-3 miliardi di rubli. Nello stesso periodo il numero degli operai impiegati nell'industria saliva da 1,4 milioni a 2,4 milioni.
Se l'economia russa, così come la politica, si sviluppò sempre sotto la diretta influenza, o meglio sotto la pressione di quella europea, l'aspetto e l'intensità di questa influenza, come si vede, mutarono continuamente. Quando in Europa dominava la produzione manifatturiera artigiana, la Russia faceva venire di lì tecnici, architetti, capomastri e, in genere, forze di lavoro qualificate. Quando la fabbrica soppiantò la manifattura artigiana allora la macchina divenne il principale oggetto di imitazione e di importazione. Ed infine, quando, sotto la spinta diretta delle esigenze dello Stato, la servitù venne abolita, lasciando il posto al lavoro « libero », la Russia si aprì all'influenza diretta del capitale industriale, cui spianarono il cammino i prestiti statali contratti all'estero.
Le cronache raccontano che nel IX secolo chiamammo i Variaghi dal di là del mare, per erigere con il loro aiuto la nostra organizzazione statale. Poi vennero gli svedesi ad insegnarci l'arte militare europea. Thomas e Knopp ci insegnarono ad impiantare l'industria tessile. L'inglese Hughes introdusse nel nostro Sud l'industria siderurgica. Nobel e Rothschild trasformarono la Transcaucasia in una fontana di profitti petroliferi. E contemporaneamente il più vichingo dei vichinghi, il grande, l'internazionale Mendelssohn fece della Russia un feudo della Borsa.
Finché i nostri legami economici con l'Europa si limitarono alla assunzione di capomastri ed all'importazione di macchine, oppure a prestiti per scopi produttivi, in definitiva tutto si limitava ad un'assimilazione di questi o quegli elementi della produzione europea da parte dell'organismo nazionale ed economico russo. Ma quando i liberi capitali stranieri a caccia di elevati profitti si

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gettarono sul nostro territorio, protetto dai dazi doganali come da una muraglia cinese, l'inserimento dell'intera economia russa nell'organismo capitalistico-industriale europeo divenne immediatamente una necessità storica. Questo programma economico pervade gli ultimi decenni della nostra storia economica.
Fino al 1861 sorsero soltanto il 15% del numero complessivo delle imprese industriali russe; dal 1861 al 1880, il 23,5%; dal 1881 al 1900, più del 61%; inoltre nell'ultimo decennio del secolo scorso è avvenuta la costituzione del 40% di tutte le nostre imprese.
Nel 1667 la Russia produceva dieci milioni di pud [1 pud = 16,38 Kg.] di ghisa. Nel 1866 (dopo cento anni!) la produzione raggiunge appena i 19 milioni di pud. Nel 1896 si sale già a 98 milioni e nel 1904 a 180 milioni; inoltre, mentre nel 1890 il meridione dà solo un quinto dell'intera produzione, dopo un decennio ne fornisce già la metà. Con lo stesso ritmo si sviluppa anche l'industria petrolifera del Caucaso. Negli anni '60 si estraggono meno di un milione di pud di petrolio; nel 1870, se ne estraggono 21,5 milioni di pud. Intorno alla metà degli anni '80 interviene il capitale straniero, si impadronisce della Transcaucasia, da Baku a Batum, e comincia a lavorare per il mercato mondiale. Nel 1890 l'estrazione del petrolio raggiunge 242,9 milioni di pud e 429,9 milioni di pud nel 1896.
In tal modo l'industria ferroviaria, carbonifera, petrolifera del Sud, verso cui si sposta impetuosamente il centro di gravità dell'economia del paese, non ha più di venti-trent'anni di vita. Qui lo sviluppo ha assunto sin dall'inizio un carattere tipicamente americano e in pochi anni il capitale franco-belga ha mutato radicalmente l'aspetto degli stepposi governatorati meridionali, disseminandoli di mostruose imprese che neanche l'Europa conosce. Per questo erano necessarie due condizioni: la tecnica europeo-americana ed il bilancio statale russo. Tutte le officine metallurgiche del Sud (parecchie delle quali vennero ordinate in America sino all'ultimo bullone, e trasportate attraverso l'oceano!) sin dalla loro nascita ricevono da parte dello Stato ordinazioni tali da garantire il lavoro per alcuni anni. Gli Urali con i loro ordinamenti patriarcali e semifeudali, con il capitale « nazionale », rimasero molto indietro e soltanto negli ultimi tempi il capitale inglese ha cominciato anche lì a sradicare le barbare tradizioni locali.

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Le condizioni storiche di sviluppo dell'industria russa spiegano a sufficienza perché, nonostante la sua relativamente giovane età, nella nostra industria non abbiano una parte di rilievo né la piccola né la media produzione. La grande industria delle fabbriche e delle officine da noi non si sviluppò in maniera « naturale », organica e graduale dal mestiere e dalla manifattura, dato che lo stesso mestiere non fece in tempo a distinguersi dall'artigianato, e fu quindi condannato alla morte economica dal capitale e dalla tecnica stranieri ancor prima ch'esso facesse in tempo a nascere. I grandi cotonifici non dovettero lottare con il tessitore: al contrario, fecero nascere nei villaggi delle piccole imprese artigiane per la lavorazione del cotone. Anche l'industria siderurgica del Sud e quella petrolifera del Caucaso non dovettero inghiottire le piccole imprese: al contrario ne chiamarono in vita diverse in tutta una serie di rami secondari ed ausiliari dell'economia.
Non è assolutamente possibile esprimere in cifre esatte il rapporto tra la piccola e la grande produzione in Russia a causa delle pietose condizioni della nostra statistica industriale. La tabella riportata dà soltanto un'immagine approssimativa della situazione reale, visto che i dati sulle due prime categorie di imprese, raggruppanti sino a 50 operai, si basano su un materiale incompleto, anzi, per essere più esatti, casuale.

Gruppi d'imprese minerarie, di
fabbriche e di officine
ImpreseOperai
migliaia
Operai
%
meno di 10 operai17.43665,02,5
da 10 a 4910.586236,59,2
da 50 a 99 2.551 175,2 6,8
da 100 a 499 2.779 608,0 23,8
da 500 a 999 556 381,1 14,9
da 1000 in più 453 1.097,0 42,8
Totale 34.361 2.562,8 100,0

La stessa questione può essere meglio chiarita dal confronto dei

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profitti ottenuti dalle diverse categorie d'imprese industriali e commerciali russe:

 ImpreseProfitti in milioni
con profitti da 1.000 a 2.000 rubli37.000 = 44,5%56 = 8,6%
con profitti superiori ai 5.000 rubli1.400 = 1,7%291 = 45,0%


In altri termini circa la metà di tutte le imprese (44,50%) percepisce meno di un decimo del totale dei profitti (8,6%), mentre invece un sessantesimo di esse (1,7%) realizza circa la metà degli utili (45%). Bisogna poi tener presente che i redditi riportati delle grandi imprese sono senza dubbio notevolmente inferiori a quelli reali. Per dimostrare l'estrema concentrazione dell'industria russa diamo ora i dati paralleli relativi al Belgio ed alla Germania (senza le imprese minerarie) (v. tabella a pag. 32). La prima tabella, nonostante la menzionata incompletezza dei dati, ci permette di trarre con assoluta certezza le seguenti conclusioni: 1) nell'ambito di gruppi omogenei una singola impresa russa ha in media un numero di operai notevolmente superiore a quello di una impresa tedesca; 2) i gruppi delle grandi (51-1000) e delle grandissime (più di 1000) imprese concentrano, in Russia, una percentuale di operai maggiore che in Germania. Nell'ultimo gruppo questa preponderanza ha un carattere non soltanto relativo, ma anche assoluto. La seconda tabella mostra che da un confronto della Russia con il Belgio emergono, in maniera anche più evidente, le stesse conclusioni.
Vedremo in seguito quale enorme importanza abbia per il corso della rivoluzione russa e, in genere, per lo sviluppo politico del paese questo carattere concentrato dell'industria russa!
Intanto dobbiamo prendere in considerazione un'altra circostanza non meno importante: questa nuovissima industria dal carattere così spiccatamente capitalistico occupa direttamente solo la minoranza della popolazione, mentre la maggioranza contadina si dibatte nella rete della servitù e della miseria fondate sulla divisione in ceti; tutto questo comporta a sua volta limiti ristretti allo sviluppo dell'industria capitalistica.

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Ecco le distribuzioni della popolazione industriale attiva tra occupazioni agrarie e non-agrarie in Russia e negli Stati Uniti:

 Russia
[censim. del 1897]
Stati Uniti
[censim. del 1900]
 migliaia%migliaia%
Agricoltura, silvicultura ed imprese analoghe18.65360,8%10.45035,9%
Miniere, industria manifatturiera, commercio,
trasporti, professioni «liberali», servizi
12.040 39,2%18.62364,1%
Totale30.693100%29.073100%


In Russia, su 128 milioni di abitanti, gli operai occupati nell'industria (30,6 milioni) non sono di più che in America (29 milioni), con una popolazione di 76 milioni. Questo è il risultato della generale arretratezza del paese e della conseguente, enorme preponderanza della popolazione agricola su quella non-agricola (il 60,8% contro il 39,2%): questa circostanza ha impresso la sua impronta dominante su tutti i settori dell'economia nazionale.
Negli Stati Uniti le fabbriche, le officine e le grandi imprese manifatturiere hanno prodotto nel 1900 merci per 25 miliardi di rubli, nello stesso anno la produzione industriale della Russia ha appena toccato i 2,5 miliardi di rubli, è stata cioè dieci volte inferiore a quella americana; questo sta ad indicare, tra l'altro, la bassissima produttività media del nostro lavoro. Sempre nel 1900 la Russia ha estratto 1 miliardo di pud di carbone, la Francia 1 miliardo, la Germania 5 miliardi, l'Inghilterra 13 miliardi; la produzione di ferro è stata invece di 1,4 pud per abitante in Russia, di 4,3 in Francia, di 9 in Germania, di 13,5 in Inghilterra. « Però - afferma il Mendeleev - noi possiamo fornire a tutto il mondo il nostro ferro, il nostro acciaio, la nostra ghisa ad un grezzo eccezionalmente basso. I nostri giacimenti petroliferi, le nostre miniere di carbon fossile, le nostre risorse naturali sono

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1905 - Il capitalismo russo


state appena toccate ». Ma uno sviluppo industriale proporzionato a tanta ricchezza è inconcepibile senza l'allargamento del mercato interno, senza l'aumento del potere d'acquisto della popolazione - in una parola, senza l'ascesa economica delle masse contadine. Ecco perché la questione agraria ha un'importanza decisiva per i destini capitalistici della Russia.

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I contadini e la questione agraria

Il reddito complessivo dell'industria russa sia estrattiva che manifatturiera, secondo calcoli oltremodo inesatti, raggiunge i 6-7 miliardi di rubli annui, di cui un miliardo e mezzo, ossia più di un quinto, è incamerato dallo Stato. Pertanto la Russia è, in proporzione, tre quattro volte più povera degli stati europei. Il numero degli elementi economicamente attivi in rapporto all'intera popolazione è, come si è visto, molto piccolo, e la capacità produttiva di questi elementi attivi nell'industria è, a sua volta, molto bassa. Quanto abbiamo detto si riferisce all'industria, la cui produzione annua non corrisponde, neanche lontanamente, al numero di braccia in essa impiegate; ad un livello incomparabilmente più basso si trovano le forze produttive legate alle attività agricole, che occupano il 61 % della forza-lavoro di tutto il paese ed il cui reddito, malgrado ciò, è di soli 2,8 miliardi, ovvero meno della metà del reddito nazionale complessivo.
Le condizioni dell'economia agricola russa, composta in maniera predominante da contadini, sono state determinate nei loro tratti essenziali dal carattere della « emancipazione » del 1861. Realizzata nell'interesse dello Stato, questa riforma fu interamente adattata agli interessi egoistici della nobiltà: il mujik non soltanto fu messo da parte al momento dell'assegnazione delle terre, ma fu anche sottoposto al giogo della servitù fiscale.
La seguente tabella indica la quantità di terra assegnata ad ognu-

Categorie di contadini Contadini di sesso
maschile nel 1860
Numero di
desjatine assegnate
Numero di
desjatine per contadino
Contadini appartenenti
a proprietari nobili
11.907.000 37.758.000 3,17
Contadini statali 10.347.000 69.712.000 6,74
Contadini della
famiglia imperiale
870.000 4.260.000 4,90
Totale 23.124.000 111.730.000 4,83



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1905 - I contadini e la questione agraria


na delle tre grandi categorie del mondo contadino in seguito all'abolizione della servitù della gleba.
Qualora si supponga che l'appezzamento ottenuto dai contadini statali (6,7 desjatine per ogni maschio), nella data situazione economica, fosse sufficiente per assorbire totalmente la forza-lavoro di una famiglia contadina - il che corrisponde più o meno alla realtà -, in tal caso risulterà che i contadini dei nobili e quelli della corona avrebbero dovuto ricevere all'incirca altri 44 milioni di desjatine per raggiungere la norma. Gli appezzamenti che i contadini lavoravano al tempo della servitù per soddisfare i propri bisogni assorbivano solo la metà della loro forza-lavoro, poiché, per tre giorni alla settimana, essi erano obbligati a lavorare per il proprietario. Ciò non di meno, anche da questi appezzamenti insufficienti fu complessivamente decurtato a favore dei proprietari (con notevoli variazioni a seconda delle regioni) circa il 2% dei terreni migliori. In tal modo la sovrappopolazione delle aree coltivabili, che aveva la sua origine nelle condizioni dell'economia servile fondata sulla prestazione lavorativa obbligatoria, fu ulteriormente accresciuta dal saccheggio delle terre dei contadini da parte della nobiltà.
Il cinquantennio successivo alla riforma produsse un notevole rivolgimento nell'ambito della proprietà fondiaria, in seguito al passaggio di fondi per un valore di 750 milioni di rubli dalle mani della nobiltà a quelle della borghesia mercantile e contadina.
Nel 1905 le aree coltivabili erano distribuite nei cinquanta governatorati della Russia europea secondo la tabella seguente1.

1 La tabella è errata. La riga contrassegnata dal "2", e le righe implicitamente acclusevi, sono palesemente errate. [Rotta Com.]
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1905 - I contadini e la questione agraria


in milioni di desjatine
1. Terre di assegnazione di cui appartenenti: 112,0 
agli ex-contadini dello Stato;  66,3
agli ex-contadini dei proprietari nobili.  33,4
2. Terre di proprietà privata di cui appartenenti: 101,7 
a società e cooperative (11,4 mil. di desiatine a cooperative contadine)  15,7
a singoli proprietari;  3,2
fino a 20 desiatine (2,3 mil. di desjatine a contadini);  3,3
da 20 a 50 desjatine; 79,4
più di 50 desjatine. 79,4 
3. Terre della corona e della famiglia imperiale: 145,0 
di cui non coperte da foreste ed arabili.  4,6
4. Terre appartenenti a chiese, monasteri, municipalità ed altre istituzioni. 8,8 


In seguito alla riforma, come abbiamo già visto, ogni contadino maschio ricevette in media 4,83 desjatine; 45 anni più tardi, nel 1905, ad ogni contadino con i nuovi appezzamenti acquisiti spettano soltanto 3,1 desjatine. In altri termini la superficie delle aree appartenenti ai contadini si è ristretta del 36%.
Lo sviluppo delle attività commerciali ed industriali, che ha assorbito non più di un terzo dell'incremento annuo della popolazione contadina, il movimento migratorio verso le zone periferiche, che ha fatto diminuire in una certa misura la popolazione contadina nella Russia centrale, ed infine l'attività della Banca Contadina che tra il 1882 ed il 1905 ha consentito ai contadini di medie ed elevate possibilità di acquistare 7,3 milioni di desjatine di terra - tutti questi fattori si sono rivelati di conseguenza assolutamente incapaci persino a compensare l'azione dell'incremento demografico nelle campagne ed a prevenire un'acutizzazione della fame di terra.
In base a calcoli approssimativi circa 5 milioni di uomini adulti non trovano occupazione nel nostro paese. Soltanto una minima parte costituisce la riserva di mano d'opera per l'industria, oppure si compone di vagabondi di professione, di accattoni, ecc. La schiacciante maggioranza di questi 5 milioni di « gente superflua » appartiene alle masse rurali delle terre nere. Non sono

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proletari, ma contadini legati agli appezzamenti. Dedicando le loro forze alla terra che potrebbe essere coltivata anche senza di loro, essi abbassano del 30% la produttività del lavoro contadino e, mescolandosi alla popolazione rurale, si salvano dalla proletarizzazione per mezzo della pauperizzazione di masse contadine ancora più vaste.
Una soluzione teoricamente possibile consiste nell'intensificazione dell'economia agricola. Ma, per questo, ai contadini occorrerebbero perizia, iniziativa, libertà da ogni tutela, ed uno stabile ordinamento giuridico, tutte condizioni che non si sono verificate né si potevano verificare nella Russia autocratica. Ma il principale ostacolo al miglioramento dell'agricoltura è stato e rimane l'assenza dei mezzi materiali. Anche quest'aspetto della crisi dell'economia contadina, così come la mancanza di terre, risale alla riforma del 1861.
I contadini non ottennero gratis i loro insufficienti appezzamenti. Per i terreni da cui avevano tratto il loro sostentamento durante il periodo della servitù, cioè per i propri terreni, per di più ridotti dalla riforma, essi furono costretti a pagare un riscatto ai proprietari nobili per tramite dello Stato. L'operazione di stima venne condotta da funzionari dello Stato a braccetto con i proprietari, per cui, invece dei 648 milioni di rubli corrispondenti alla rendita fondiaria capitalizzata, ai contadini vennero addebitati ben 867 milioni di rubli. Oltre alla somma per il pagamento della propria terra i contadini, di fatto, versarono ai possidenti altri 219 milioni per la loro emancipazione dalla servitù. A tutto ciò si aggiunsero anche i canoni esosi a causa della scarsità della terra ed il mostruoso lavoro del fisco zarista. Le imposte dirette sulle terre assegnate ai contadini incidono nella misura di un rublo e 61 copeche per desjatina, su quelle appartenenti ai proprietari nella misura di 23 copeche per desjatina; pertanto il bilancio dello Stato grava pressoché con tutto il suo peso sulle spalle dei contadini.
Pur divorando la fetta più larga degli utili realizzati dai contadini, lo Stato non dà nulla in cambio alle campagne per accrescere il livello culturale e svilupparne le forze produttive. Nel 1902 i comitati agricoli locali, istituiti dallo Stato, calcolarono che le imposte dirette e indirette assorbivano dal 50 al 100% e più del reddito netto di una famiglia contadina. Questo porta, da un

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lato, all'accumularsi di arretrati inestinguibili, dall'altro lato, al ristagno e persino alla decadenza dell'agricoltura. Sulle sconfinate distese della Russia centrale la tecnica ed i raccolti sono rimasti ai livelli di 1000 anni fa. In Inghilterra il raccolto medio del frumento ammonta a 26,9 hl. per ettaro, in Germania a 17 hl., in Russia a 6,7 hl. Si aggiunga poi che il rendimento dei campi appartenenti ai contadini è inferiore del 46% a quello delle terre dei proprietari nobili, e questo dislivello aumenta col peggiorare del raccolto. Il contadino già da tempo ha imparato a non pensare alla scorta di frumento per le annate magre. I nuovi rapporti di mercato lo obbligano a convertire le proprie riserve in natura e le eccedenze della produzione in moneta sonante, subito inghiottita dal pagamento dei canoni e dal fisco. La convulsa corsa al rublo costringe il contadino ad una coltura di rapina senza la necessaria concimazione ed una lavorazione razionale della terra. L'immediata carestia con cui la terra si vendica del suo esaurimento, si abbatte come una devastatrice calamità naturale sulla campagna priva di riserve.
Ma anche negli anni « normali » la massa contadina conduce una vita di fame. Ecco il bilancio del mujik, che dovrebbe essere inciso sulle fronti d'oro dei banchieri europei, creditori dello zarismo: per il vitto ciascun membro di una famiglia contadina spende all'anno 19,5 rubli, per la casa 3,8, per il vestiario 5,5, per gli altri bisogni materiali 1,4 rubli, per i bisogni spirituali 2,5 rubli! Un operaio qualificato americano consuma direttamente ed indirettamente quanto consumano in Russia due famiglie contadine, ciascuna costituita da 6 persone. Per la copertura di tali spese, che nessun moralista di Stato chiamerebbe eccessive, alla classe contadina mancano annualmente più di un miliardo di rubli. Le attività artigiane portano alla campagna circa 200 milioni di rubli. Detraendo questa somma il passivo annuo dell'economia contadina si riduce a 850 milioni di rubli, che è per I'appunto la somma che il fisco estorce ogni anno ai contadini.
Nella caratterizzazione dell'economia contadina abbiamo sinora ignorato il divario economico tra le varie zone, che, in effetti, ha un'enorme importanza e che si è espresso molto eloquente mente nelle forme assunte dal movimento agrario (vedi il capitolo «Il mujik si ribella »). Se ci si limita solo ai 50 governatorati della Russia europea e non si tiene conto della fascia settentrio-

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nale coperta di foreste, dal punto di vista del carattere dell'agricoltura e dello sviluppo economico in generale, la restante superficie del paese può essere suddivisa in tre grandi bacini:
1) Fascia industriale, limitata a nord dal governatorato di Pietroburgo ed a sud da quello di Mosca. Sono caratteristiche di questa zona capitalistica, dominata da Pietroburgo e da Mosca, le fabbriche, soprattutto tessili, la coltivazione del lino, i centri artigiani, l'agricoltura a scopo commerciale, specie l'orticoltura. Come ad ogni paese industriale anche a questa regione non basta il proprio grano e ricorre alla sua importazione dal sud.
2) Zona limitata dal Mar Nero e dalla Volga inferiore, l'« America » russa. Questa regione, che non ha quasi conosciuto la servitù, ha sostenuto rispetto alla Russia centrale il ruolo di colonia. Nelle libere steppe, che attirarono la massa degli emigrati, sono nate rapidamente « le fabbriche di grano », che hanno utilizzato perfezionatissime macchine agricole ed hanno esportato frumento verso nord, nella zona industriale, e verso ovest, all'estero. Contemporaneamente si manifestò la deviazione della mano d'opera verso l'industria di trasformazione, la fioritura dell'industria « pesante » ed il febbrile sviluppo delle città. La differenziazione all'interno della comunità contadina è molto profonda. Al contadino-proprietario si contrappone il contadino-proletario non di rado proveniente dai governatorati delle terre nere.
3) Tra il nord della vecchia industria ed il sud della nuova si estende l'ampia fascia delle terre nere, l'« India » russa. La sua popolazione, relativamente densa già all'epoca della servitù e completamente dedita all'agricoltura, perse il 24% delle aree coltivabili in seguito alla riforma del 1861, quando i terreni migliori ed assolutamente inalienabili dei contadini passarono ai proprietari nobili. Il costo della terra salì immediatamente, i proprietari nobili amministrarono in maniera del tutto parassitaria le loro tenute, in parte lavorando le proprie terre con gli attrezzi dei contadini, in parte cedendole in affitto ai contadini stessi che non avevano alternativa ai patti leonini. Centinaia di migliaia di operai abbandonano questa zona ed emigrano al nord, nella regione industriale, e nelle steppe meridionali, dove peggiorano le condizioni di lavoro. Nella fascia delle terre nere non esiste né la grande industria né l'agricoltura capitalistica. L'agricoltore-capitalista, qui, non è in grado di fare la concorrenza all'affittuario

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povero, e l'aratro a vapore esce sconfitto nella lotta con l'elasticità fisiologica del mujik, il quale, dopo aver speso per il canone non solo tutti i profitti del suo « capitale », ma anche una notevole parte del suo salario, si ciba di pane fatto di farina mischiata con segatura o con corteccia macinata. In certi posti la miseria dei contadini assume proporzioni tali che la presenza nell'isba di cimici e di scarafaggi viene considerata un eloquente indizio di agiatezza. Ed effettivamente il medico di zemstvo Singarev, attualmente deputato liberale alla terza Duma, ha accertato che nelle abitazioni dei contadini senza terra da lui visitate nei distretti del governatorato di Voronez di cimici non ve n'è affatto, mentre, nelle abitazioni delle altre categorie della popolazione campagnola la quantità di cimici è, in genere, direttamente proporzionale all'agiatezza del nucleo familiare. Lo scarafaggio, a quanto pare, è meno aristocratico; anche lui però ha bisogno di condizioni migliori di quelle cui può aspirare il misero bracciante di Voronez: a causa della fame e del freddo, gli scarafaggi si rifiutano di vivere nel 9,3% delle dimore contadine.
In simili condizioni non si può nemmeno parlare di sviluppo della tecnica. Gli attrezzi agricoli, compresi gli animali da tiro, vengono ceduti in cambio del pagamento del canone e delle tasse, oppure venduti. Ma dove manca lo sviluppo delle forze produttive, non è possibile neanche una differenziazione sociale. All'interno della comunità agricola delle terre nere regna incontrastata l'uguaglianza della miseria. La stratificazione della società contadina, rispetto al nord ed al sud, è molto superficiale. Al di sopra delle nascenti contraddizioni domina l'acuto antagonismo tra contadini impoveriti e nobiltà parassitaria.
È chiaro che i tre tipi di sviluppo economico da noi analizzati non coincidono esattamente con i confini geografici delle regioni in cui li abbiamo osservati. L'unità statale e l'assenza di barriere doganali interne escludono la possibilità della formazione di organismi economici differenziati. Negli anni '80 i rapporti semifeudali dell'agricoltura che regnavano in dodici governatorati della regione centrale delle terre nere, predominavano anche in altri cinque governatorati non appartenenti alla fascia delle terre nere. D'altra parte rapporti economici di tipo capitalistico dominavano nell'agricoltura di nove governatorati delle terre nere ed in altri dieci che si trovavano invece al di fuori di questa fascia. Infine,

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in sette governatorati i due sistemi si equilibravano.
La lotta fra l'affittanza in natura e la conduzione di tipo capitalistico - una lotta incruenta ma non priva di vittime - è continua ed ininterrotta, ma la seconda è ancora ben lungi dal poter proclamar vittoria. Rinchiuso nella trappola del suo appezzamento e senza fonti ausiliarie di guadagno, il contadino si vede costretto, come abbiamo visto, a prendere in affitto la terra dal proprietario nobile al prezzo che gli viene chiesto. Ed egli non solo rinuncia ad ogni profitto, non solo riduce al minimo possibile il suo consumo personale, ma vende anche i suoi attrezzi, abbassando ancora di più il livello estremamente basso della sua conduzione. Di fronte a questi fatali « vantaggi » della piccola produzione, il grande capitale arretra impotente, il proprietario nobile abbandona l'idea di un'amministrazione razionale dei propri fondi e spezzetta le sue terre dandole in affitto ai contadini. Mentre fa salire i canoni d'affitto ed il costo della terra, la sovrappopolazione della regione centrale provoca anche un abbassamento dei salari in tutto il paese. Pertanto essa rende poco vantaggiosi l'introduzione delle macchine ed il perfezionamento delle tecniche di produzione non solo nell'economia rurale, ma anche negli altri rami dell'industria. Nell'ultimo decennio del secolo XIX una profonda depressione economica colpì una larga fascia della regione meridionale del paese, dove, accanto all'aumento dei canoni d'affitto, si registra una progressiva diminuzione degli animali da tiro di proprietà dei contadini. Inoltre la crisi dell'agricoltura e l'impoverimento dei contadini restringono sempre di più le basi del capitalismo industriale russo, che è costretto a fare affidamento soprattutto sul mercato interno. Dato che l'industria pesante è alimentata da commesse statali, il progressivo immiserimento del mujik diviene anche per lei una minaccia non meno pericolosa in quanto esso scalza le stesse basi del bilancio statale.
Queste condizioni chiariscono sufficientemente i motivi per cui la questione agraria è diventata l'asse della vita politica russa. Sino ad ora tutti i partiti rivoluzionari e di opposizione sono riusciti a riportare dolorose ferite nell'affrontare i contorni aguzzi del problema agrario, prima nel dicembre del 1905, e poi ancora durante la I e la II Duma. Adesso anche la III Duma ruota vorticosamente attorno alla questione agraria come uno scoiattolo in

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un cerchio. E contro questo stesso problema lo zarismo rischia di rompersi la sua testa assassina.
Il governo burocratico-nobiliare, pur con tutte le sue buone intenzioni, è incapace di attuare una riforma radicale in un campo in cui i palliativi hanno perduto da tempo ogni valore. I 6-7 milioni di desjatine di terra utilizzabili di cui dispone lo Stato sono del tutto insufficienti, se paragonate ai 5 milioni di uomini che costituiscono la eccedenza di mano d'opera nelle campagne. Questa terra il governo potrebbe soltanto venderla ai contadini allo stesso prezzo che esso rimborsa ai proprietari nobili: cioè, anche se si verificasse un rapido e completo passaggio di questi milioni di desjatine ai contadini, ora, come nel 1861, il rublo del mujik, invece di trovare un impiego produttivo nell'economia, andrebbe a cadere nelle tasche senza fondo della nobiltà e del governo.
I contadini non possono passare con un solo balzo dalla miseria e dalla fame al paradiso di un'agricoltura intensiva e razionale; perché questa trasformazione diventi possibile, i contadini dovrebbero ricevere adesso, nelle condizioni attuali della loro economia, una quantità di terra sufficiente ad assorbire per intero le loro capacità di lavoro. Il passaggio di tutte le medie e grandi proprietà fondiarie nelle mani dei contadini è la prima, necessaria premessa per una profonda riforma agraria. Stando così le cose, di fronte alle decine di milioni di desjatine che servono solo a far accumulare profitti da usuraio ai proprietari nobili, passano in secondo piano le 1.840 tenute con 7 milioni di desjatine, in cui lo sfruttamento della terra è condotto in maniera relativamente razionale. La vendita di queste proprietà ai contadini cambierebbe di poco le cose: quello che adesso il mujik paga sotto forma di canone d'affitto, dovrebbe poi pagarlo sotto forma di quota di riscatto. Non rimane che la confisca.
Ma non è difficile dimostrare che anche la confisca della grande proprietà fondiaria non sarebbe sufficiente a salvare i contadini. Il reddito complessivo dell'agricoltura ammonta a 2,8 miliardi di rubli; di questi 2,3 miliardi sono prodotti dai contadini e dai braccianti agricoli, mentre circa 450 milioni sono invece il prodotto dei proprietari nobili. Abbiamo già detto che il disavanzo annuo dei contadini è di 850 milioni. Pertanto il reddito che si trarrebbe dalle terre confiscate ai proprietari nobili non arriverebbe a coprire neppure questo disavanzo.

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Di simili calcoli si sono valsi, più d'una volta, gli avversari della espropriazione delle terre nobiliari. Ma essi ignoravano l'aspetto fondamentale del problema: l'espropriazione ha un senso solo se sui fondi strappati a mani oziose potrà svilupparsi una libera economia rurale di alto livello, che aumenti in maniera considerevole il reddito complessivo agricolo. Una conduzione della terra di tipo americano, a sua volta, sarebbe concepibile in Russia soltanto dopo la soppressione totale dell'assolutismo zarista, con il suo fisco, con la sua tutela burocratica, con il suo vorace militarismo, con le sue obbligazioni verso la borsa europea. La formula sviluppata della questione agraria dice: espropriazione delle terre della nobiltà, soppressione dello zarismo, democrazia.
Soltanto in questo modo si può far muovere l'agricoltura dal suo punto morto. Ciò farebbe aumentare le sue forze produttive e, contemporaneamente, la sua domanda di prodotti industriali. L'industria riceverebbe una forte spinta per un ulteriore sviluppo, ed assorbirebbe una parte cospicua della mano d'opera agricola in eccedenza. Ma tutto questo non ci offre ancora, neanche lontanamente, la « soluzione » della questione agraria: in un sistema capitalistico essa non potrà mai essere risolta. Ma in ogni caso la liquidazione rivoluzionaria dell'autocrazia e del regime feudale deve precedere questa soluzione.
La questione agraria in Russia è una palla di piombo ai piedi del capitalismo, un punto di appoggio ed insieme la maggiore difficoltà per il partito rivoluzionario, una pietra d'inciampo per il liberalismo, un memento mori per la controrivoluzione.

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Le forze motrici della rivoluzione russa

5,4 milioni di chilometri quadrati in Europa, 17,5 milioni in Asia, 150 milioni di abitanti. Su questa immensa distesa si ritrovano tutte le epoche della cultura umana: dalle condizioni di vita selvagge e primitive delle foreste settentrionali, dove l'indigeno si ciba di pesce crudo ed innalza preghiere ad un ceppo d'albero, fino alle nuovissime condizioni sociali della città capitalistica, dove l'operaio socialista sente di avere una parte attiva nella politica internazionale e segue con ansia lo sviluppo degli avvenimenti nei Balcani, oppure i dibattimenti al Reichstag. L'industria più concentrata d'Europa sullo sfondo dell'agricoltura più arretrata. La più gigantesca macchina statale del mondo, che si serve di tutte le conquiste della tecnica moderna per frenare il processo storico del proprio paese. Nei capitoli precedenti, trascurando i particolari, abbiamo tentato di dare un quadro generale dei rapporti economici e delle contraddizioni sociali esistenti in Russia. È questo il terreno da cui nascono e su cui vivono e lottano le classi sociali. La rivoluzione ci mostra queste classi nella fase più acuta della lotta. Ma, nella vita politica, operano direttamente i raggruppamenti consapevolmente costituiti: i partiti, i sindacati, l'esercito, la burocrazia, la stampa e, al di sopra di esse, i ministri, i capi, i demagoghi, i carnefici. Non è possibile distinguere immediatamente le classi: esse rimangono normalmente dietro le quinte. Tuttavia ciò non impedisce ai partiti e ai loro capi, ai ministri e ai loro carnefici di essere semplicemente gli organi delle classi. Per il corso e lo sviluppo degli avvenimenti non è affatto indifferente che questi organi siano buoni o cattivi. I ministri, anche se sono soltanto i giornalieri di una « obiettiva ragion di Stato », non sono certo dispensati dalla necessità di avere un pezzetto di cervello sotto il proprio cranio, del che essi si dimenticano troppo spesso. Così, d'altra parte, la logica della lotta di classe non ci esime dall'obbligo di usare la nostra logica soggettiva. Chi, entro i limiti della necessità economica, non sa trovare spazio per l'intraprendenza, l'energia, il talento e l'eroismo, non conosce, evidentemente, il segreto filosofico del

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marxismo. Ma del resto se vogliamo comprendere un processo politico nel suo insieme, in questo caso la rivoluzione, dobbiamo saper guardare al di là del policromo guardaroba dei partiti e dei programmi, al di là della perfidia e della ferocia degli uni, del coraggio e dell'idealismo degli altri, e scoprire i contorni reali delle classi sociali, le cui radici si allungano nelle profondità dei rapporti di produzione ed i cui fiori si schiudono nelle sfere più alte dell'ideologia.

La città contemporanea

Il carattere delle classi capitalistiche è strettamente legato alla storia dello sviluppo dell'industria e della città. Senza dubbio, la popolazione industriale della Russia corrisponde meno che in qualsiasi altro paese alla popolazione delle città. Oltre ai sobborghi industriali che solo formalmente non sono inclusi nell'area cittadina, esistono diverse decine di grandi complessi industriali che hanno sede nei villaggi. Per essere più precisi, il 57% delle imprese ed il 58% degli operai sono dislocati fuori dei grossi centri urbani. Ciò nonostante la città capitalistica resta l'espressione più compiuta della nuova società.
La Russia urbana contemporanea è un prodotto degli ultimi decenni. Nel primo quarto del secolo XVIII la popolazione urbana del paese era di 328.000 abitanti, circa il 3 % della popolazione complessiva. Nel 1812 vivevano nelle città 1,6 milioni di persone, appena il 4,4%. Verso la metà del XIX secolo le città contano 3,5 milioni di abitanti, ossia il 7,8%. In base ai dati del censimento del 1897 la popolazione delle città raggiunge ormai i 16,3 milioni, circa il 13% dell'intera popolazione del paese. Tra il 1885 ed il 1897, la popolazione urbana è del 33,8%, quella rurale soltanto del 12,7%. [evidente refuso. R.C.]
Ma ancora più rapidamente sono cresciute le singole città. La popolazione di Mosca negli ultimi 35 anni è salita da 604.000 a 1.359.000 abitanti, è aumentata cioè del 123%. Ad un ritmo anche più accelerato si sono sviluppati gli agglomerati urbani del Sud: Odessa, Rostov, Ekaterinoslav, Baku ...
Contemporaneamente all'aumento del numero e delle dimensioni delle città nella seconda metà del XIX secolo si è compiuta una

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totale trasformazione del loro ruolo economico e della loro interna struttura di classe.
Contrariamente alle città artigiano-corporative dell'Europa occidentale, che si batterono energicamente, e molte volte con successo, per concentrare entro le proprie mura l'industria di trasformazione, le vecchie città russe, come quelle degli imperi asiatìci, non svolgevano affatto funzioni produttive. Erano punti amministrativi, basi militari, fortezze campali, e, in alcuni casi, centri commerciali che vivevano di prodotti finiti. La loro popolazione era costituita di gente al servizio dello Stato, mantenuta a spese dell'erario pubblico, di commercianti, ed infine di agricoltori che erano venuti a cercare protezione entro le mura della città. Perfino Mosca, il più grande agglomerato urbano della vecchia Russia, era semplicemente un enorme villaggio, unito alla tenuta dello zar.
II mestiere occupava nelle città un posto insignificante, poiché l'industria di trasformazione, come già sappiamo, era disseminata nei villaggi nella forma dell'artigianato rurale. Gli antenati dei quattro milioni di artigiani rurali registrati dal censimento dell'anno 1897 svolgevano le funzioni produttive dell'artigiano cittadino europeo, però, a differenza di questi, non ebbero parte alcuna nella creazione della manifattura e della fabbrica. Queste ultime, quando comparvero in Russia, proletarizzarono più della metà dei nostri artigiani e posero gli altri, direttamente o indirettamente, alle loro dipendenze.
Come l'industria russa non ha attraversato l'epoca dell'artigianato medievale, così le città russe non hanno conosciuto il progressivo sviluppo del terzo stato nelle corporazioni, nelle gilde, nei comuni, nelle municipalità. Il capitale europeo nel giro di alcuni decenni ha creato l'industria russa, e l'industria russa ha fatto nascere le città moderne, in cui è il proletariato a svolgere le funzioni produttive fondamentali.

La grande borghesia capitalistica

In tal modo il grande capitale è riuscito ad assicurarsi il dominio economico senza neanche lottare. Ma il ruolo di assoluta preminenza che il capitale straniero ha svolto in questo processo, ha

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avuto conseguenze fatali per l'influenza politica della borghesia russa. A causa dei debiti contratti dallo Stato una parte notevole del reddito nazionale ha varcato ogni anno i confini del nostro paese ed è andato ad arricchire ed a rafforzare la borghesia finanziaria europea. Ma l'aristocrazia di Borsa, che negli Stati europei detiene l'egemonia e che, senza difficoltà, ha trasformato l'assolutismo zarista in un suo vassallo finanziario, non ha potuto né voluto diventare parte integrante dell'opposizione borghese costituitasi in Russia, soprattutto perché nessun altro governo nazionale le avrebbe garantito gli interessi usurai che le assicurava invece lo zarismo. E non soltanto il capitale finanziario, ma anche quello industriale straniero, sfruttando le risorse naturali e la mano d'opera del nostro paese, ha realizzato la sua potenza politica al di fuori dei confini della Russia: nei parlamenti francese, inglese, o belga.
Tuttavia nemmeno il capitale indigeno ha potuto mettersi alla testa della lotta nazionale contro lo zarismo, poiché, sin dal primo istante, è stato duramente avversato dalle masse popolari: dal proletariato, che esso sfruttava direttamente, e dai contadini, che saccheggiava per il tramite dello Stato. Quanto abbiamo detto si riferisce principalmente all'industria pesante. Questa, nel momento attuale, dipende ovunque dai provvedimenti governativi, soprattutto dal militarismo. Certo, essa ha interesse perché vi siano delle « salde istituzioni civili », ma le è ancora più necessario un potere statale molto centralizzato, grande dispensatore di benefici. Nelle loro officine gli imprenditori del settore metallurgico si trovano a faccia a faccia con la parte più avanzata ed attiva della classe operaia, che approfitta di ogni indebolimento dello zarismo per assalire il capitale.
L'industria tessile conserva una maggiore indipendenza rispetto allo Stato, ed inoltre è interessata ad un aumento del potere di acquisto delle masse, che è inconcepibile senza una vasta riforma dell'economia rurale. Per questo motivo nel 1905, Mosca, centro dell'industria tessile, ha esercitato nei confronti della burocrazia autocratica una opposizione molto più violenta, se non più energica, di Pietroburgo, capitale dell'industria metallurgica. Il consiglio municipale di Mosca guardava con indubbio compiacimento all'estendersi dello spirito di rivolta nel paese. Ma tanto più deciso e « di principio » fu il suo ritorno all'idea di un potere

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statale forte, quando la rivoluzione scoprì innanzi ad esso tutto iI suo contenuto sociale e, nel medesimo tempo, spinse gli operai tessili sulla strada dei metallurgici. Il capitale controrivoluzionario, unitosi alla grande proprietà fondiaria controrivoluzionaria, trovò infine il suo capo nel mercante moscovita Guckov, leader della maggioranza della terza Duma.

La democrazia borghese

II capitale europeo, uccidendo sul nascere l'artigianato russo, ha fatalmente strappato il terreno sociale di sotto ai piedi della democrazia borghese. È impossibile paragonare la Pietroburgo o la Mosca attuali alla Berlino o alla Vienna del 1848, ed ancor più alla Parigi del 1789, che non si sognava nemmeno di poter disporre delle ferrovie e del telegrafo, e riteneva una manifattura di 300 operai una grandissima impresa. Da noi non v'è traccia di quella robusta borghesia, che è passata attraverso una scuola secolare di autogoverno e di lotta politica, e che, dopo aver preso per mano il giovane proletariato non ancora formato, ha dato l'assalto alle bastiglie del feudalesimo. Chi ne ha preso le veci? Il « nuovo ceto medio », i professionisti intellettuali: avvocati, giornalisti, medici, ingegneri, professori, insegnanti. Questa categoria, priva di un suo valore autonomo nella produzione sociale, poco numerosa, non indipendente dal punto di vista economico, avendo piena coscienza della propria impotenza, si pone immancabilmente alla ricerca di una massiccia classe sociale alla quale appoggiarsi. Ed ecco il fatto straordinario: questo appoggio inizialmente viene trovato non nei capitalisti, ma nei proprietari terrieri.
II Partito Costituzional-Democratico (cadetto), che ha guidato le due prime Dume, si è formato nel 1905 dalla fusione dell'Unione dei costituzionalisti degli zemstva con l'Unione di liberazione. Nella fronda liberale degli zemstva trovavano la loro espressione, da un lato, l'astioso malcontento degli agrari, indispettiti dallo smisurato protezionismo industriale della politica del governo, dall'altro l'opposizione dei proprietari fondiari più progressisti, ai quali le condizioni di estrema arretratezza dell'economia rurale russa impedivano di ristrutturare su basi capitalistiche le proprie

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aziende. L'Unione di liberazione raggruppava invece quegli elementi della intelligencija che per la « buona » posizione sociale e per la conseguente sazietà erano restii ad imboccare la strada della rivoluzione. L'opposizione degli zemstva fu sempre contraddistinta dal marchio della vile impotenza, ed il nostro augusto e minorile sovrano disse un'amara verità quando nel 1894 definì le sue aspirazioni politiche « sogni insensati »1. Del resto, non era in condizione di dare vita ad un'opposizione politica di una certa validità nemmeno l'intelligencija privilegiata, che, dal punto di vista economico, dipendeva, direttamente o indirettamente, dallo Stato, dal grande capitale protetto dallo Stato, oppure dalla proprietà fondiaria liberale e censitaria.
Quindi il partito cadetto, per la sua stessa origine, non era che la combinazione della impotenza degli zemstva in fatto di opposizione con la generale impotenza dell'intelligencija diplomata. La superficialità del liberalismo degli zemstva si rivelò in tutta la sua evidenza sin dalla fine del 1905, allorché i proprietari fondiari, spinti dai disordini agrari, si riaccostarono bruscamente al vecchio potere. L'intelligencija liberale si vide quindi costretta ad abbandonare con le lacrime agli occhi la tenuta del proprietario terriero, dove in fondo era soltanto una figlia adottiva, e dovette andare a cercare un riconoscimento nella sua patria storica, la città. Ma cosa trovò lì oltre a se stessa? Il grande capitale conservatore, il proletariato rivoluzionario ed uno spietato antagonismo di classe fra di loro.
Lo stesso antagonismo schiacciò completamente anche la piccola produzione, in tutti quei settori nei quali essa aveva conservato una certa importanza. Il proletariato artigiano si sviluppa all'ombra della grande industria e si differenzia poco dal proletariato delle fabbriche. Soffocati dalla grande industria e dal movimento operaio, gli artigiani russi formano una classe oscura, semi-affamata, incollerita, che, insieme al Lumpenproletariat, fornisce la massa di combattimento alle dimostrazioni delle centurie nere ed ai pogrom.
In conclusione l'intelligencija borghese, irrimediabilmente arre-

1 Così furono definite da Nicola II le aspirazioni costituzionali degli zemstva nella breve allocuzione del 17 (29) gennaio 1895. La successione al trono era avvenuta il 20 ottobre (1 novembre) 1894. Per questo Trockij scrive erroneamente 1894 e non 1895 [V. Z.].

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trata, nata sotto l'eco delle maledizioni socialiste, è sospesa sul baratro delle contraddizioni di classe, oppressa dalle tradizioni della grande proprietà fondiaria, intralciata dai pregiudizi professorali, senza iniziativa, senza influenza sulle masse e senza nessuna fiducia nel domani.

Il proletariato

Le stesse ragioni di carattere storico ed internazionale, che avevano fatto della democrazia borghese una testa (dalle idee molto confuse) senza corpo, crearono le condizioni perché il giovane proletariato russo conquistasse subito un posto di assoluto rilievo nello schieramento delle forze sociali. Ma quale è innanzi tutto la sua consistenza numerica?
I dati del 1897, estremamente incompleti, ci danno la seguente risposta:


Operai
A. Industria mineraria e di trasformazione, vie di comunicazioni,
edilizia ed imprese commerciali
3.322.000
B. Agricoltura, silvicoltura, caccia e pesca2.723.000
C. Giornalieri ed apprendisti1.195.000
D. Domestici, uscieri, portinai ecc.2.132.000
Totale (uomini e donne)9.382.000


Insieme ai familiari a suo carico il proletariato costituiva nel 1897 il 27,6% dell'intera popolazione, ovvero un poco più di un quarto. L'attività politica dei singoli strati di questa massa presenta notevoli differenze e il ruolo direttivo, nella rivoluzione, appartiene quasi esclusivamente agli operai del gruppo A della tabella riportata. Tuttavia sarebbe un gravissimo errore misurare l'importanza effettiva e virtuale del proletariato russo. nella rivoluzione con il metro della sua relativa consistenza numerica. Ciò significherebbe non vedere al di là delle aride cifre la realtà dei rapporti sociali.

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L'influenza del proletariato è determinata dalla sua funzione nell'economia contemporanea. I più potenti mezzi di produzione del paese dipendono, direttamente o indirettamente, dagli operai. 3,3 milioni di forze-lavoro (gruppo A) producono non meno della metà del reddito nazionale annuo! I più importanti mezzi di comunicazione, le ferrovie, che trasformano il nostro sconfinato paese in una unità economica, costituiscono nelle mani del proletariato - come gli eventi hanno dimostrato - una posizione di enorme importanza economica e politica. A questo bisogna aggiungere le poste e i telegrafi, che dipendono pur sempre dal proletariato, anche se non così direttamente come le ferrovie.
Mentre i contadini sono sparsi per tutto il paese, il proletariato è mobilitato in grandi masse nelle fabbriche e nei centri industriali. Esso costituisce il nucleo della popolazione di ogni città che abbia una qualche importanza politica ed economica: tutti i vantaggi di cui gode una città in uno Stato capitalistico (concentrazione delle forze e dei mezzi di produzione, raggruppamento degli elementi più attivi della popolazione e dei maggiori beni culturali) si trasformano naturalmente automaticamente nei vantaggi classisti del proletariato. Esso si è costituito come classe con una rapidità che non ha esempi nella storia. Appena uscito dalla culla, il proletariato russo si è trovato a faccia a faccia con il più concentrato potere statale e con la forza altrettanto concentrata del capitale. Le tradizioni corporative ed i pregiudizi artigiani non hanno esercitato alcun potere sulla sua coscienza. Esso sin dai primi passi si è messo sulla strada della più spietata lotta di classe.
In tal modo l'inconsistenza dell'artigianato e della piccola produzione in genere, e il carattere estremamente sviluppato della grande industria russa, hanno condotto, in politica, alla sostituzione della democrazia borghese con la democrazia proletaria. La classe operaia non si è assunta soltanto le funzioni produttive della piccola borghesia, ma anche il ruolo politico che essa aveva svolto in passato e le sue aspirazioni storiche alla guida delle masse contadine, nell'epoca della loro emancipazione sociale dal giogo della nobiltà e del fisco.
La questione agraria è stata la pietra politica di paragone a cui la storia ha sottoposto i partiti cittadini.

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La nobiltà e la proprietà fondiaria

Il programma o, più esattamente, il vecchio programma cadetto, che prevedeva l'espropriazione forzata della grande e media proprietà dopo una « giusta » stima, costituisce, a giudizio dei cadetti, il massimo di ciò che può essere raggiunto con un « lavoro legislativo creativo ». In realtà il tentativo liberale di espropriare i latifondi per via legislativa ha condotto soltanto alla espropriazione da parte del governo del diritto elettorale ed al colpo di Stato del 3 giugno [ 1907 ] . I cadetti consideravano la liquidazione della nobiltà latifondista un'operazione puramente finanziaria, e onestamente si sforzavano di fare la loro « giusta » stima il più possibile accettabile ai proprietari fondiari. Ma la nobiltà guardava le cose con occhi diversi. Con il suo infallibile istinto essa comprese subito che non si trattava affatto di una semplice vendita, sia pure ad alto prezzo, di 50 milioni di desjatine, ma della liquidazione del suo ruolo sociale di classe dominante, e si rifiutò decisamente di farsi mettere all'asta. « Lasciate - disse alla prima Duma il conte Saltykov, rivolgendosi ai proprietari fondiari -, lasciate che il vostro motto e la vostra parola d'ordine siano: non un solo palmo della nostra terra, non un solo granello dei nostri campi, non un solo ramo dei nostri boschi! ». E questo appello non echeggiò nel deserto; infatti gli anni della rivoluzione coincisero con il periodo di concentrazione di classe e di consolidamento politico della nobiltà russa. Sotto Alessandro III, all'epoca della più cupa reazione, la nobiltà era soltanto uno dei ceti, anche se il primo. L'autocrazia, estremamente gelosa della propria autonomia, non permetteva alla nobiltà di sottrarsi neppure per un istante alla stretta della sorveglianza poliziesca e metteva la museruola del proprio controllo persino alla sua cupidigia di classe. Adesso invece la nobiltà è il ceto dominante: costringe i governatori a danzare al tempo della sua bacchetta, minaccia i ministri e li destituisce apertamente, pone i suoi ultimatum al governo e ne ottiene l'esecuzione. Questa è la sua parola d'ordine: non un solo palmo della nostra terra, non una sola briciola dei nostri privilegi!
Nelle mani di 60.000 proprietari fondiari, con un reddito annuo superiore ai mille rubli, sono concentrate circa 75 milioni di desjatine; questa superficie, che al prezzo di mercato è valuta-

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bile in 56 miliardi di rubli, rende ai proprietari più di 450 milioni di rubli all'anno. Non meno dei due terzi di questa somma vanno alla nobiltà. Alla proprietà fondiaria è strettamente legata la burocrazia. Per il mantenimento di 30.000 funzionari, che ricevono più di mille rubli di stipendio, si spendono attualmente quasi 200 milioni di rubli. In queste alte e medie sfere della burocrazia predomina naturalmente la casta nobiliare. Infine la stessa nobiltà dispone in maniera esclusiva degli organi di autogoverno locale, gli zemstva, e dei redditi che ne derivano.
Se prima della rivoluzione alla testa di una buona metà degli zemstva s'erano trovati dei proprietari « liberali », distintisi per il loro lavoro « di civilizzazione », negli anni della rivoluzione si verificò in questo campo un vero rivolgimento, in seguito al quale i rappresentanti più intransigenti della casta reazionaria dei proprietari fondiari si ritrovò in prima fila. L'onnipossente Consiglio della Nobiltà Unita soffoca sul nascere ogni tentativo del governo, intrapreso negli interessi dell'industria capitalistica, di « democratizzare » gli zemstva o di indebolire i vincoli di casta dei contadini.
Di fronte a tali fatti il programma agrario dei cadetti, come fondamento di un accordo per via legislativa, si rivela disperatamente utopistico, e non c'è nulla di straordinario se gli stessi cadetti vi abbiano rinunciato in silenzio.
La social-democrazia ha criticato il programma cadetto, prendendo soprattutto di mira la « giusta » stima, e con ragione. Sotto l'aspetto finanziario, il riscatto di tutte le proprietà, che rendevano ai possidenti più di 1000 rubli all'anno, avrebbe aggiunto in cifra tonda altri 5-6 miliardi al nostro debito pubblico di 9 miliardi; il che significa che soltanto gli interessi avrebbero cominciato a divorare annualmente 750 milioni. Tuttavia è l'aspetto politico del problema, non quello finanziario ad avere un valore decisivo.
Le condizioni della cosiddetta emancipazione del 1861, a causa della accresciuta somma di riscatto per le terre contadine, di fatto indennizzarono i proprietari fondiari della perdita delle loro anime (approssimativamente, nella misura di 250 milioni di rubli, il 25% dell'intera somma di riscatto). In quel caso, per mezzo di una « giusta stima », furono veramente liquidati i grandi diritti storici ed i privilegi della nobiltà, e questa seppe adattarsi ed

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adeguarsi alla riforma semi-liberatrice. Essa dimostrò allora il suo istinto infallibile, così come fa oggi quando rifiuta di porre fine alla sua esistenza di classe con un suicidio - sia pure dopo una « giusta stima ». Non un solo palmo della nostra terra, non una sola briciola dei nostri privilegi! Agitando questa bandiera la nobiltà s'è definitivamente impadronita dell'apparato statale scosso dalla rivoluzione ed ha dimostrato di essere pronta a lottare con tutta la furia di cui è capace una classe dirigente quando è in gioco la sua stessa vita.
La questione agraria non può essere certo risolta per mezzo di una intesa parlamentare con questo ceto, ma mediante un assalto rivoluzionario delle masse.

I contadini e la città

I lacci della barbarie politico-sociale della Russia sono annodati nelle campagne; ma questo non vuol dire che le campagne abbiano fatto emergere una classe capace di spezzare con le proprie forze questi lacci. Disseminati sui 5 milioni di verste quadrate della Russia europea, dispersi in 500.000 centri abitati, i contadini non hanno tratto dal loro passato nessuna esperienza di lotta politica organizzata. Al tempo delle rivolte agrarie del 1905-1906 gli insorti si erano prefissi lo scopo di scacciare i nobili proprietari dai propri villaggi, dai propri dipartimenti, e infine dai propri distretti. Contro la rivoluzione contadina la nobiltà fondiaria aveva a sua immediata disposizione l'apparato centralizzato dello stato. I contadini avrebbero potuto sconfiggerlo soltanto con una rivolta simultanea e decisa. Essi però non furono capaci di un'azione di questo tipo a causa delle condizioni stesse della loro esistenza. Il cretinismo campanilistico è la maledizione che grava sulle rivolte contadine. Esse se ne liberano solo nel momento in cui cessano di essere sommosse esclusivamente agrarie e si fondono con i movimenti rivoluzionari delle nuove classi sociali.
Già durante la rivoluzione dei contadini tedeschi, nella prima metà del secolo XVI, nonostante la debolezza economica e la irrilevanza politica delle città della Germania di allora, la classe contadina si pose naturalmente sotto la guida diretta dei partiti

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cittadini. Socialmente rivoluzionaria per i suoi interessi obiettivi, ma politicamente frazionata ed impotente, essa manifestò l'incapacità di creare un proprio partito e, a seconda delle condizioni locali, dette la supremazia o al partito cittadino d'opposizione borghese, od a quello plebeo rivoluzionario. Quest'ultimo, che rappresentava l'unica forza in grado di assicurare la vittoria alla rivoluzione contadina, sebbene si appoggiasse alla classe più radicale della società d'allora, al nucleo embrionale del proletariato contemporaneo, era tuttavia totalmente privo di collegamenti su scala nazionale e di una chiara coscienza dei fini rivoluzionari. E l'una e l'altra cosa furono impedite dall'insufficiente sviluppo economico del paese, dallo stato primitivo delle vie di comunicazione, dal particolarismo statale. Pertanto la questione della collaborazione tra la plebe della campagna in rivolta e quella della città non poté allora essere risolta. Il movimento contadino venne represso ...
Dopo circa tre secoli la stessa situazione si ripeté nella rivoluzione del 1848. La borghesia liberale non solo non aveva alcuna intenzione di sollevare i contadini e di unirli attorno a sé, ma più di ogni altra cosa era preoccupata dalla crescita del movimento contadino, appunto perché esso rafforzava innanzi tutto la posizione degli elementi radicali della plebe cittadina, ad essa avversa. D'altro canto questi ultimi, socialmente e politicamente, non avevano ancora superato la loro informità ed il loro frazionamento e per questo non erano in grado di scavalcare la borghesia liberale e di mettersi alla testa delle masse contadine. La rivoluzione del 1848 venne sconfitta ...
Ma sessant'anni prima noi assistiamo in Francia alla risoluzione vittoriosa dei problemi rivoluzionari proprio mediante la collaborazione tra la classe contadina e la plebe della città, cioè i proletari, i semi-proletari e il Lumpenproletariat di allora. Questa collaborazione si concretizzò nella dittatura della Convenzione, cioè nella dittatura delle città sulle campagne, di Parigi sulla provincia e dei sanculotti su Parigi.
Nelle condizioni della Russia moderna la supremazia della popolazione industriale su quella contadina è incomparabilmente maggiore che all'epoca delle vecchie rivoluzioni europee, e inoltre nelle odierne città russe alla plebe caotica è succeduto un proletariato industriale assai ben delineato. Ma una cosa non è

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cambiata: nel corso di una rivoluzione, come sempre, alla classe contadina può appoggiarsi soltanto quel partito che si trascina dietro le masse più rivoluzionarie delle città e che non avrà timore di scuotere la proprietà feudale colta da una sacra palpitazione per la proprietà borghese. Attualmente questo partito è solo la social-democrazia.

Il carattere della rivoluzione russa

Per i suoi fini diretti e indiretti la rivoluzione russa è « borghese », in quanto essa aspira a liberare la società borghese dalle pastoie e dalle catene dell'assolutismo e dalla proprietà feudale. Ma la principale forza motrice di questa rivoluzione è costituita dal proletariato, e per questo, per il suo metodo, essa è proletaria. Ad assimilare questa contraddizione non sono riusciti i molti pedanti che definiscono la funzione storica del proletariato con l'aiuto di calcoli matematico-statistici, o mediante analogie storiche esteriori. Per essi, guida provvidenziale della rivoluzione russa è la democrazia borghese, mentre il proletariato, che di fatto è stato alla testa di tutti gli avvenimenti nel corso dell'ondata rivoluzionaria, questi pedanti cercano di avvolgerlo nelle fasce della propria stoltezza teoretica. Per costoro la storia di una nazione capitalistica non fa che ripetere la storia di un'altra, soltanto con minori o maggiori varianti. Essi non vedono l'unità, nel presente, del processo mondiale dello sviluppo capitalistico, che inghiotte tutti i paesi che incontra sul suo cammino, e che dall'unione delle condizioni locali con quelle generali del capitale crea un'amalgama sociale, la cui natura può essere definita non attraverso una schematizzazione storica, ma mediante un'analisi materialistica.
Tra l'Inghilterra, pioniera dello sviluppo capitalistico, che nel corso dei secoli ha creato nuove forme sociali, e, come loro portatrice, una potente borghesia - e le odierne colonie, dove il capitale europeo esporta su corazzate prodotti finiti come rotaie, traversine, chiodi e carrozze-ristorante per l'amministrazione coloniale, e quindi con il fucile e la baionetta scaccia gli indigeni dalla loro condizione primordiale, sospingendoli nella civiltà capitalistica, non vi è alcuna analogia di sviluppo storico, nono-

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stante vi sia un profondo legame interiore.
La nuova Russia ha ricevuto un carattere assolutamente particolare, grazie al fatto che il suo battesimo capitalistico le fu dato nella seconda metà del secolo XIX dal capitale europeo che aveva raggiunto la sua forma più concentrata ed astratta, il capitale finanziario. La storia precedente di questo capitale non è in alcun modo legata con la storia precedente della Russia. Perché esso potesse raggiungere nella sua patria le altezze della borsa contemporanea, esso dovette dapprima tirarsi fuori dalle anguste viuzze e dai vicoli della città artigianale, dove aveva imparato a strisciare e a camminare; dovette, in una continua lotta con la chiesa, sviluppare la tecnica e la scienza, stringere intorno a sé tutta la nazione, conquistare il potere mediante una insurrezione contro i privilegi feudali e dinastici, aprirsi un'arena aperta, annientare la piccola produzione indipendente, dalla quale esso stesso era uscito, per poi - una volta staccato dal cordone ombelicale nazionale, dalle ceneri degli avi, dai pregiudizi politici, dalle simpatie razziali, dalle coordinate geografiche - imperare cannibalescamente sul globo terrestre, oggi avvelenando con l'oppio il piccolo artigiano cinese da lui rovinato, domani arricchendo di una nuova corazzata le acque della Russia, dopodomani impadronendosi dei campi diamantiferi del Sud-Africa.
Ma quando il capitale inglese o francese, una concrezione storica di una serie di secoli, appare nelle steppe del bacino del Donec, esso è assolutamente incapace di esplicare quelle stesse forze, relazioni e passioni sociali, che aveva gradualmente assimilato. Esso non ripete sul nuovo territorio lo svolgimento da lui già compiuto, ma comincia dal punto in cui si era arrestato in patria. Intorno alle macchine che ha riversato attraverso i mari e le dogane, subito, senza tappe intermedie, esso concentra le masse del proletariato, e in questa classe trasfonde l'energia rivoluzionaria, in lui ormai rappresa, delle antiche generazioni della borghesia.
Nel periodo eroico della storia francese noi vediamo la borghesia, che ancora non ha rivelato le contraddizioni della propria posizione, alla quale la storia affida la direzione della lotta per un nuovo ordine delle cose, non solo contro le vecchie istituzioni della Francia, ma anche contro le forze reazionarie di tutta l'Europa. La borghesia gradatamente, nella persona delle sue frazioni,

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acquista coscienza di sé e diviene la guida della nazione, trascina le masse nella lotta, dà loro la parola d'ordine, detta loro la tattica di combattimento. La democrazia lega la nazione mediante una ideologia politica. Il popolo - cioè i piccoli borghesi, i contadini e gli operai - invia come propri deputati dei borghesi, e i mandati che dànno loro i comuni sono scritti nel linguaggio della borghesia che giunge a prendere coscienza del proprio ruolo messianico. Durante la rivoluzione stessa, per quanto già si manifestino gli antagonismi di classe, la potente forza d'inerzia della lotta rivoluzionaria gradatamente allontana dal cammino politico gli elementi più retrivi della borghesia. Ogni strato s'infrange non prima di aver trasmesso la sua energia agli strati successivi. La nazione, come un tutto unico, continua intanto a lottare per i suoi scopi con mezzi sempre più aguzzi e risoluti. Quando dalla massa della nazione, messasi in movimento, si staccano le sfere superiori della borghesia possidente e si alleano con Luigi XVI, le esigenze democratiche della nazione, rivolte di già contro questa borghesia, portano al suffragio universale ed alla repubblica come alle forme logicamente inevitabili della democrazia.
La grande rivoluzione francese è realmente una rivoluzione nazionale. Non solo: qui, nell'ambito nazionale, trova la sua espressione classica la lotta mondiale della classe borghese per il dominio, il potere, il trionfo assoluto.
Nel 1848 la borghesia era ormai incapace di svolgere un ruolo siffatto. Essa non voleva e non osava prendere su di sé la responsabilità della liquidazione rivoluzionaria della classe sociale che le ostacolava il dominio. Il suo compito consisteva - ed essa ne era consapevole - nell'introdurre nel vecchio regime le garanzie indispensabili ad assicurarle non il dominio politico, ma la partecipazione al potere insieme con le forze del passato. Essa non solo non conduceva le masse all'assalto del vecchio ordine, ma si appoggiava essa stessa con le spalle al vecchio ordine per respingere le masse che la sospingevano in avanti. La sua coscienza insorgeva contro le condizioni obiettive del suo dominio. Le istituzioni democratiche nella sua mente assumevano non l'aspetto dello scopo della sua lotta, ma di una minaccia al suo benessere. La rivoluzione poteva essere fatta non da essa, ma contro di essa. Per questo nel 1848 per il successo della rivoluzione sarebbe occorsa una classe capace di camminare alla testa

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degli avvenimenti, a prescindere dalla borghesia e suo malgrado, una classe pronta non solo a spingere in avanti la rivoluzione con la forza della sua pressione, ma anche a gettare via, nel momento decisivo, dal suo cammino il cadavere politico della borghesia.
Né la piccola borghesia, né la classe contadina erano capaci di tanto.
La piccola borghesia era ostile non solo al passato, ma anche al domani. Era ancora impastoiata nei rapporti sociali medioevali, ma era oramai capace di contrapporsi all'industria « libera »; dava ancora alle città la sua impronta, ma cedeva oramai la sua influenza alla grossa e media borghesia; impelagata nei suoi pregiudizi, assordita dal fragore degli avvenimenti, sfruttatrice e sfruttata, avida e impotente nella sua avidità, la piccola borghesia arretrata non poteva dirigere gli avvenimenti mondiali.
I contadini mancavano ancora più di iniziativa autonoma. Dispersi, lontani dalle città, dai centri nervosi della politica e della cultura, ottusi, limitati nel loro orizzonte al proprio villaggio, indifferenti a tutto quel che aveva concepito la città, i contadini non potevano avere una funzione direttiva. Essi si erano placati non appena era stata gettata via dalle loro spalle la soma degli obblighi feudali, ed avevano ripagato la città, che aveva lottato per i loro diritti, con nera ingratitudine: i contadini liberati erano divenuti dei fanatici dell'« ordine ».
La democrazia intellettuale, priva della forza di classe, ora si trascinava dietro alla sua sorella maggiore, la borghesia liberale, come sua coda politica, ora si separava da lei nei momenti critici per rivelare la sua impotenza. Si impigliava da sola in contraddizioni ancora immature e si portava con sé questo groviglio dappertutto.
Il proletariato era troppo debole, privo di organizzazione, di esperienza e conoscenza. Lo sviluppo capitalistico era andato abbastanza lontano per rendere indispensabile l'annientamento dei vecchi rapporti feudali, ma non abbastanza lontano per porre la classe operaia, prodotto dei nuovi rapporti di produzione, come forza politica risolutiva. L'antagonismo del proletariato e della borghesia era andato troppo lontano per dare la possibilità alla borghesia di recitare la parte di guida della nazione, ma non così lontano da permettere al proletariato di assumersi questa parte.
L'Austria ha dato un esempio particolarmente chiaro e tragico

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di questa incompiutezza dei rapporti politici nel periodo rivoluzionario.
II proletariato di Vienna rivelò nel 1848 un sublime eroismo e una grande energia rivoluzionaria. Esso affrontò ripetutamente il fuoco, mosso soltanto da un oscuro istinto di classe, privo di una concezione generale degli scopi della lotta, e passando a tentoni da una parola d'ordine all'altra. La guida del proletariato in maniera sorprendente passò agli studenti, l'unico gruppo democratico che in virtù del suo attivismo godeva di una grande influenza sulle masse e di conseguenza sugli avvenimenti. Ma gli studenti, nonostante fossero capaci anche di battersi sulle barricate e di fraternizzare onestamente con gli operai, tuttavia non potevano assolutamente guidare il corso generale della rivoluzione, che aveva affidato loro la « dittatura » della piazza. Quando il 26 maggio tutta la Vienna operaia si sollevò all'appello degli studenti per lottare contro il disarmo della « legione accademica », quando gli abitanti della capitale di fatto si impadronirono della città, quando la monarchia, in fuga, fu privata di ogni importanza, quando sotto la pressione del popolo le ultime truppe furono evacuate dalla capitale, quando il potere governativo dell'Austria risultò in tal modo un patrimonio senza padrone, non si trovò una forza politica che si impadronisse del timone. La borghesia liberale coscientemente si rifiutò di disporre di un potere ottenuto in un modo così brigantesco; essa non faceva che sognare il ritorno dell'imperatore che si era rifugiato nel Tirolo, lasciando Vienna orfana. Gli operai erano abbastanza coraggiosi da infrangere la reazione, ma insufficientemente organizzati e coscienti per succederle. Incapace di prendere il timone, il proletariato non poté sospingere a questa storica impresa la democrazia borghese, la quale, come spesso le accade, si era nascosta nel momento di maggior bisogno. In generale ne risultò una situazione che un contemporaneo assai giustamente caratterizza con queste parole: « A Vienna di fatto è stata instaurata la repubblica, ma sfortunatamente nessuno se n'è accorto ... ». Dagli avvenimenti del '48-'49, Lassalle trasse questa lezione inconfutabile: che nessuna lotta in Europa potrà avere successo se, fin dall'inizio, non sarà proclamata come lotta autenticamente socialista; che non potrà più riuscire nessuna lotta in cui le questioni sociali entrino soltanto come un elemento nebuloso e restino in secondo piano, una

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lotta che sia condotta esteriormente sotto l'insegna di una rinascita nazionale e di un repubblicanesimo borghese ...
Nella rivoluzione alla quale la storia porrà l'inizio nel 1905, il proletariato per la prima volta si è mosso sotto una propria insegna, in nome di propri scopi. E nello stesso tempo è indubitabile che nessuna delle antiche rivoluzioni abbia assorbito una tale quantità di energia popolare ed abbia realizzato conquiste positive così trascurabili, come ha fatto la rivoluzione russa sino a questo momento. Non abbiamo nessuna intenzione di profetizzare su come si svolgeranno gli avvenimenti nelle prossime settimane o mesi. Ma per noi una cosa è chiara: la vittoria sarà possibile solo seguendo il cammino indicato nel 1849 da Lassalle. Dalla lotta di classe all'unità della nazione borghese non c'è via di ritorno. La « mancanza di risultati » della rivoluzione russa non è altro che un riflesso momentaneo del suo profondo carattere sociale. In questa rivoluzione « borghese » senza borghesia rivoluzionaria il proletariato è spinto dall'andamento interno dei fatti verso l'egemonia sui contadini e verso la lotta per il potere statale. Contro l'ottusità politica del mujik, che nel suo villaggio assaliva il signore per impadronirsi della terra e, una volta indossata la divisa militare, sparava sugli operai, si è infranta la prima ondata della rivoluzione russa. Tutti gli avvenimenti rivoluzionari possono essere considerati come una serie di inesorabili lezioni dimostrative, per mezzo delle quali la storia inculca nel contadino la coscienza del legame tra i suoi bisogni locali e il problema centrale del potere statale. Alla scuola storica dei duri scontri e delle crudeli sconfitte vengono elaborati i presupposti della vittoria della rivoluzione.
« Le rivoluzioni borghesi - scriveva Marx nel 1852 - passano più rapidamente di successo in successo, i loro effetti drammatici sono più potenti, gli uomini e gli avvenimenti sono illuminati come da un fuoco d'artificio, l'entusiasmo è il sentimento dominante di ogni giorno; ma esse sono effimere, raggiungono presto il loro apogeo, e la lunga apatia dell'ebbrezza si impossessa della società prima che essa abbia fatto in tempo ad assimilare sobriamente i risultati del periodo della tempesta e dell'assalto. Al contrario le rivoluzioni proletarie criticano ininterrottamente se stesse, cioè interrompono il loro corso, ritornano indietro e di nuovo ricominciano ciò che in apparenza è già compiuto, con spietata seve-

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rità deridono l'indecisione, la debolezza, i difetti dei loro primi tentativi, abbattono l'avversario quasi solo perché egli raccolga nuove forze e si levi dinnanzi ad esse ancor più potente, indietreggiano continuamente, spaventate dall'indefinita immensità del proprio compito, finché non si saranno create, finalmente, quelle condizioni che escluderanno la possibilità di ogni ulteriore arretramento, finché la stessa vita non affermerà possentemente: « Hic Rhodus, hic salta! » (Il diciotto brumaio di Luigi Bonaparte).
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